domenica 12 febbraio 2012

Gli imperdibili - Saxophone Colossus: Sonny Rollins

Il prossimo album "imperdibile" che ho deciso di segnalare è il classico Saxophone Colossus uno dei più celebrati album della sterminata carriera discografica di Sonny Rollins.


Ecco una recensione dell'album tratta dal sito SentireAscoltare
A sentire il diretto interessato, il disco migliore di Sonny Rollins sarebbe The Solo Album, opera incisa nel 1985 in occasione di un' esibizione nel giardino del Museo d'Arte Contemporanea di New York. Un'esperienza di ascolto che raccoglie quasi un'ora di sax e nient'altro, meravigliosa ed estenuante, irripetibile e significativa del rapporto che lega uno dei più grandi musicisti della storia del jazz al suo strumento.
Non entriamo nel merito, dal momento che la vastissima discografia del Nostro potrebbe dare adito a qualsiasi riflessione a riguardo. Tant'è che in questa sede, noi stessi scegliamo di occuparci di un titolo ugualmente affascinante ma decisamente più classico: quel Saxophone Colossus, che assieme a Tenor Madness e a Way Out West rappresenta un po' lo zenith qualitativo del primo periodo musicale di Rollins.
Il disco esce nel 1956, in un momento in cui il nome dell'artista è un po' sulla bocca di tutti. Tra la fine degli anni '40 e la prima metà dei '50 Sonny ha collaborato con musicisti del calibro di Max Roach, Clifford Brown, Thelonious Monk, J.J.Johnson, Miles Davis, dimostrandosi ottimo autore e, nonostante la giovane età, ben più di un semplice session man. Guadagnandosi invece il rispetto dei colleghi, che oltre a riservargli continui attestati di stima, arrivano a paragonarlo a Charlie Parker per lo stile fantasioso, i fraseggi repentini e l'energia che sprigionano i riff del suo sax. Rollins non si accontenta e continua ad evolversi, mescolando scambi vibranti ad elementi ritmici esotici – il calypso, proveniente dalle isole Vergini delle Piccole Antille, come del resto la madre del musicista -, stacchi improvvisi a nette decelerazioni, accentuate variazioni di colore a raffinate tessiture. Caratteri che in Saxophone Colossus vengono a patti con la disarmante semplicità formale e la purezza cristallina delle melodie.
Tutto ha inizio con St. Thomas, le cui derive etniche – alla batteria c'è Max Roach - prendono il sopravvento sull'insieme costringendo il sax del padrone di casa su un tema allegro ricco di ripetizioni e concessioni libertine. Una sorta di stretching in vista delle atmosfere hard boiled di You Don't Know What Love Is, i cui vagabondaggi notturni ospitano il basso di Doug Watkins, solleticano il piano elegante di Tommy Flanagan, concedono ai riff di Rollins lo spazio necessario per disegnare armonie debitrici più al blues che a quell'hard bop di cui il musicista è peraltro deciso estimatore. Passione – quella per l'hard bop - che invece nel successivo Strode Rode emerge prepotente, in un' alternanza di scambi scapicollanti di sax e picchiare invasato di batteria che danza su un tema a scatti ma tutto sommato pacato. Le energie in eccesso vengono poi stemperate nei due brani conclusivi, Moritat e Blue Seven, il primo standard- a firma Weil/Brecht ma reso celebre da Louis Armstrong - da cui emerge un certo equilibrio formale tra improvvisazione e fondamenta armoniche, il secondo slow tempo made in Sonny Rollins dedicato alle microvariazioni e alle chiose.

Ecco in streaming l'intero album:

Saxophone Colossus by Elfio Nicolosi on Grooveshark

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