giovedì 19 gennaio 2012

Jazz made in Italy, una struttura piramidale blocca ogni potenzialità

Segnalo ancora una volta un'articolo dell'ottimo Gerlando Gatto, pubblicato sul sito Online-News che documenta, a mio parere in maniera molto lucida, lo stato del jazz italiano.

Ecco l'articolo:
Come in ogni buona famiglia, essendo all’inizio di un nuovo anno cerchiamo di tracciare un bilancio di quel che i dodici mesi appena alle spalle hanno rappresentato per il jazz made in Italy.
Ebbene apparentemente la faccenda è semplice, basta rispondere ad una domandina: qual è oggi lo stato di salute del jazz italiano? Al riguardo la prima risposta , spontanea, è che il jazz italiano sta vivendo un ottimo periodo. Grazie anche alle scuole di musica, si è di molto elevato il livello medio dei nostri musicisti che oramai si collocano tra i più preparati sullo scenario internazionale. E, per fortuna, questa loro crescita è abbondantemente documentata da molte piccole etichette indipendenti che stanno facendo un ottimo lavoro.
Questo scenario ottimistico viene, però, immediatamente offuscato quando parli con uno di quei tanti musicisti che pur essendo bravi, preparati, artisticamente all’altezza non sono ancora riusciti a raggiungere il grande successo… né sono sicuri di raggiungerlo almeno nel medio periodo. E allora appare un quadro molto più variegato in cui le ombre la fanno da padrone sulle poche luci prima esposte.
Il fatto è che la maggior parte dei musicisti, nel nostro Paese, suona poco e mal retribuita come conseguenza di un mercato strutturato a piramide il cui vertice è occupato solo da pochissimi artisti.
Come ho già avuto modo di dire in altre occasioni, ci sono tre jazzisti che vanno alla grande e che, se volessero, potrebbero suonare ogni sera con cachet anche molto elevati – forse troppo elevati – visto il momento di crisi che stiamo attraversando. Di questi uno solo, però, riceve grande attenzione da parte dei media, ivi compresa la RAI-TV che nello scorso anno gli ha affidato la conduzione di alcuni programmi mandati anche in replica, sulla cui valenza mi sono già espresso in altra sede.
Dietro questi tre, una decina di musicisti che si esibiscono con buona regolarità , producono album eccellenti e non mancano di farsi apprezzare anche al di fuori dei confini nazionali grazie a collaborazioni con artisti di livello assoluto.
Per il resto, una pletora di buoni se non ottimi jazzisti che tirano avanti alla meno peggio dimenticati da organizzatori, gestori di clubs, radio e televisioni. Per quanto concerne il mondo dei media credo che oramai la situazione sia totalmente compromessa essendosi affermato il concetto – totalmente sbagliato – che ai lettori il jazz interessa poco e che in ogni caso è meglio pubblicare le notizie (leggi annunci) piuttosto che le recensioni di dischi e/o concerti e le interviste. Mamma RAI di musica si occupa poco e male: il recente ciclo di “Delitti Rock” grida veramente vendetta per come è stato strutturato e presentato. Ai gestori dei locali interessa solo fare cassetta e purtroppo la stessa cosa si registra tra gli organizzatori di Festival i quali, seppure in misura sempre decrescente, usufruiscono comunque di finanziamenti pubblici. Ebbene questi, oramai, non rischiano un’ acca, non cacciano fuori un’idea che sia una… basta far venire il più alto numero possibile di spettatori… sino a costruire quelle vere e propria fiere delle banalità cui oramai sono ridotti la maggiorparte dei festival estivi, anche quelli più rinomati. Per dirla ancora più chiaramente, se pochissimi musicisti consumano quasi tutta la torta di finanziamenti in qualche modo riservati al jazz, è chiaro che per gli altri restano solo le briciole. E non sarebbe male, al riguardo, poter dare uno sguardo più da vicino a chi, in effetti, vanno i pochi soldi pubblici destinati al jazz, con quali criteri vengono suddivisi, in base a quali meriti, veri o presunti.
Qualcuno mi potrebbe obiettare: ma è la legge del mercato che oggi fa premio su tutto il resto. E potrei anche essere d’accordo se solo ci fosse un po’ più di chiarezza: francamente non capisco perché nella musica debba decidere il mercato, e poi quando si parla di economia tout-court il mercato diventa il diavolo, il nemico pubblico numero uno… suvvia un po’ di coerenza non guasterebbe !
Un’ultima notizia che in questo quadro assume una certa importanza: la rivista “Musica Jazz” , la più importante del settore, che negli ultimi anni ha faticato a mantenere le già non eccelse quote di mercato, cambia direttore. Ma cambierà anche la linea editoriale? Sono troppi anni che aspettiamo un mutamento in tal senso per essere ancora ottimisti.

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