domenica 29 gennaio 2012

Gli imperdibili - Charles Mingus: Pithecanthropus Erectus

Il secondo album "imperdibile" che propongo è il leggendario Pithecanthropus Erectus, uno dei capolavori della straordinaria carriera di Charles Mingus.

Ecco un bella recensione tratta dal sito DeBaser.it
Gli anni dopo i trenta, nella vita di un uomo, sono decisivi, oltre che numero ricco di simbolismo. Tanti esempi, dal sacro al profano (il Cristo, Buddha, Dante ecc. ), ci suggeriscono che in questo momento dell'esistenza le esperienze accumulate in maniera spesso disordinata, trovano una sintesi e un senso nuovo.
È stato così anche per Mingus, che nel 1955 aveva per l'appunto trentatre anni. Già noto virtuoso del contrabbasso, compositore sofisticato in bilico tra musica classica e jazz, comincia a recuperare appieno l'improvvisazione, sviluppandone in maniera particolare l'aspetto collettivo. Dopo anni passati ad elaborare complesse partiture (che comunque continuerà a scrivere per arrangiare suoi brani per organici più nutriti), Mingus si accorge che anche con la scrittura più minuziosa la musica come la sente lui non può venire riprodotta, esistono invece le personalità dei musicisti che suonano con lui, e ognuno di essi sente la musica alla propria maniera.
Smette di inseguire questo fantasma, e comunicando la traccia generale di quanto ha in mente, adatta e fa adattare le parti a ciascun collaboratore, affidandosi alla memoria più che alla scrittura. Chi suona sa quanta libertà in più si trova abbandonando lo spartito restituendo alla musica la sua aerea meraviglia, seguendo gli accordi nel cielo, guardando verso l'alto.
Questo straordinario disco è la prima testimonianza compiuta di tale rinnovamento/ri-scoperta, e porta data 1956, pietra angolare di tutto il lavoro futuro del grande bassista. Potete trovare approfondimenti e descrizioni scritti meglio di quanto possa fare io nel bellissimo volume di Stefano Zenni "Charles Mingus. Polifonie dell'universo afroamericano" (cito a memoria ma mi pare sia quasi esatto) edito da Stampa Alternativa nella benemerita collana Jazz People. Accenna a questo anche la bella recensione a "Mingus Ah Um".
L'organico è uno dei più ristretti: due sax, piano basso e batteria, ma con qualche sovraincisione sembra un'orchestra. Mingus è maestro nel mescolare i timbri strumentali. La prima traccia, che dà il titolo al disco, è la storia dell'uomo in una suite di dieci minuti, misteriosa e avvolgente, un tema sommesso che a sprazzi si agita, fino ad esplodere nell'improvvisazione collettiva, insieme a variazioni di tempo da 4/4 a 6/4, in un crescendo di tensioni e dissonanze emozionante.
Jackie McLean, giovanissimo sax alto, è superbo, un suono acido e tagliente, eppure capace di delicatezze insospettate, mentre Mingus ricama e dirige con timbro potente. "A foggy day" è forse il brano meno omogeneo rispetto al livello del disco. Un brano standard con però una divertente ripresa in sottofondo dei rumori di S. Francisco che Mingus sentiva da casa sua, che lo divertivano e tormentavano. "Profile of Jackie" è una breve composizione tagliata su misura per McLean, che apre la gola e il sax a tutta la gamma di suoni che conosce.
Infine, "Love chant" è l'altro capolavoro nel capolavoro. Un incalzante riff di pianoforte, linee di sax che si inseguono melodiose, malinconiche, e poi mid-tempo swing energico e baldanzoso, un inesauribile turnaround. Un'ottima introduzione all'arte di Mingus, forse un po' più accessibile dei capolavori a venire. Un lavoro, come tutti quelli del nostro eroe, al di fuori delle correnti, sempre inattuale, oltre il bebop, oltre l'Hard-bop, free prima del free, e non solo free.
Insomma, musica da ascoltare e vivere, sempre mobile, sempre ricca e sorprendente, come la grande musica e la grande arte di sempre.

Ecco l'intero album in streaming:

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