venerdì 13 gennaio 2012

Come si ascolta il jazz. Conversazioni con ... - Ben Ratliff

Sul sito Wuz è stata pubblicata questa bella recensione del libro del critico del New York Times, Ben Ratliff dal titolo Come si ascolta il jazz. Conversazioni con Wayne Shorter, Pat Metheny, Sonny Rollins, Ornette Coleman, Joshua Redman, Branford Marsalis e altri.


È opinione diffusa, forse addirittura è storia, che il Jazz (tanto quanto la musica classica) sia la forma d’arte musicale più difficile da ascoltare. E da capire appieno. Il perché meriterebbe (come già è accaduto in passato) una lunga, enciclopedica trattazione a parte. Di certo, affermare che il jazz sia materia mutevole, in continua evoluzione e composta di tanti, tantissimi microcosmi quasi inafferrabili, è sicuramente innegabile. E ancora, il Jazz ha vissuto stagioni molto diverse fra loro, che abbracciano più di un secolo di vita, permeando avvenimenti storici, sociali, culturali. Il jazz della grande guerra. Il jazz del proibizionismo. Il cool jazz. Tutti indissolubilmente legati alla propria contemporaneità.
Chi ha definito il Jazz come (al pari del rock) forma artistica conservatrice, ha dovuto fare i conti con se stesso e ritrattare, perché il jazz quasi sempre ha significato per se stesso e per gli altri “il futuro di se stesso”. Ha conservato, è vero, alcune regole fondamentali. Ma ha sempre e comunque guardato, non avanti, ma oltre. 
Ebbene, il Jazz come forma di ascolto, al di là delle apparenze e del primo approccio alla sua musicalità, ha sempre nascosto non un mondo, ma un universo. Talmente composito da sembrare quasi alieno. Non è un caso che siano i critici jazz (quelli bravi) ad essere considerati depositari dell’autentica critica musicale. Per l’impegno e lo sforzo culturale profuso. 
Ben Ratliff affronta una sfida, in questo senso, decisiva, realizzando un libro che deve essere affiancato, obbligatoriamente, all’ascolto della musica jazz. Sia da parte di chi si avvicina con pathos e ambizione da neofita, sia da chi mastica jazz con una certa continuità. Perché Ratliff apre un mondo, possibilmente nuovo. Ratliff arriva dall’esperienza del New York Times, per il quale ha curato pagine incredibili di critica musicale. La sua è un’esperienza che ha, anche giornalisticamente, la sensibilità del jazz e solo attraverso la sensibilità Ratliff trova la forza di un’idea meravigliosa. 
Affrontare il Jazz attraverso i suoi autori. Ratliff si siede con musicisti storici del jazz e ascolta il jazz. Spesso di altri. Lo analizza. Non chiede all’intervistato di raccontare della propria arte, ma di parlare di jazz. Di commentare, da musicista amante e professionista, quello che sta ascoltando, svelando i retroscena e gli schemi del jazz stesso. Ne emerge un quadro stupendo. Che necessita di una costante rilettura. Che va approfondito e poi interiorizzato, ma che regala momenti importantissimi. Ratliff dialoga con Wayne Shorter, con Ornette Coleman, con Pat Metheny e Sonny Rollins, con Branford Marsalis. Con loro seziona il jazz in ogni sua parte e lo ricostruisce come un flusso di parole e musica. La straordinarietà sta anche nel fatto che Ratliff riesce a creare un tessuto sì didattico, ma illuminante e narrativo. T’innamori del Jazz attraverso le parole. Ne capisci il senso, anche senza ascoltarlo. E in quel preciso frangente, hai voglia  di ascoltarlo ancora. T’innamori del Jazz. Ne vuoi ancora. Riascolti per l’ennesima volta quel cd, e scopri cose nuove. Questo credo sia il più grande successo dell’opera indispensabile di Ratliff.

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