martedì 31 gennaio 2012

Anticipazioni di Umbria Jazz 2012

Il duo Chick Corea-Bollani, il tributo di Rava a Michael Jackson, Pat Metheny, Wayne Shorter e il ritorno del re Sonny Rollins. Questi i primi nomi dell’edizione 2012 di Umbria Jazz, in programma dal 6 al 15 luglio, che si preannuncia di grandissimo livello. 
Si comincia il 6 luglio con il duo Chick Corea-Stefano Bollani. La collaborazione tra i due nacque in occasione di Umbria Jazz ‘09, da un’idea di Carlo Pagnotta. I due si sono trovati e capiti immediatamente, e non poteva essere altrimenti, tanto che la prestigiosa etichetta tedesca ECM ha deciso di mettere su disco il concerto tenuto ad Orvieto, e proprio il nome della città è  il titolo del cd, durante Umbria Jazz Winter#18. 
A seguire Stefano Bollani con Hamilton de Holanda: brasiliano di Rio traslocato giovanissimo a Brasilia, re incontrastato del nuovo choro ed erede designato di Jacob do Bandolim, che dello choro è stato interprete pregiato e punto di riferimento unanimemente riconosciuto per decenni.
Il 9 luglio altro doppio set con la Hollowbody Band di John Scofield, che insieme a Kurt Rosenwinkel e Peter Bernstein da vita ad un super trio di chitarristi, e il tributo di Enrico Rava alla musica di Michael Jackson, il re del pop che ha lasciato un segno indelebile nella storia della musica e dello spettacolo.
Joe Lovano e Dave Douglas il 10 luglio con il loro nuovo progetto “Sound Prints”: un tributo alla musica di Wayne Shorter, con una rilettura dei suoi successi e brani inediti dello stesso Shorter. Sempre il 10 imprendibile appuntamento con Charlie Haden e la Liberation orchestra: special guest Carla Bley.
Il 12 un beniamino del pubblico che non ha bisogno di presentazioni: Pat Metheny in quartet, con Chris Potter, Ben Williams e Antonio Sanchez.
Sonny Rollins in esclusiva italiana il 13 luglio: il sax colossus si conferma senza alcun dubbio vera e propria icona vivente; con oltre sessant’anni di attività alle spalle il suono del suo sax tenore rimane ancora unico e inimitabile.
Il 14 luglio un’altra icona: Wayne Shorter e un ritorno per quella che è stata una delle più apprezzate protagoniste dell’edizione 2010 di Umbria Jazz: Melody Gardot.
(Fonte www.umbria24.it)

Crossroads - Jazz ed altro in Emilia Romagna

Quella che inizierà il 25 febbraio e proseguirà poi sino al 27 maggio sarà la tredicesima edizione di Crossroads, il festival itinerante lungo tutto il territorio dell'Emilia-Romagna che sin dalla sua prima edizione si è imposto tra gli appuntamenti più ricercati e originali del panorama italiano, anche in virtù del suo 'format', che ha fatto scuola. Il cartellone di Crossroads conterà infatti oltre trenta serate di concerti che toccheranno sia i principali centri urbani che i piccoli paesi che si estendono lungo la via Emilia, una vera strada maestra dei teatri. Artisti di spicco e nuove proposte, tradizione e modernità, musicisti italiani, europei, statunitensi, sudamericani: Crossroads esplorerà le vie del jazz seguendo i percorsi più stimolanti e creativi.
Crossroads 2012 è organizzato come sempre da Jazz Network in collaborazione con l'Assessorato alla Cultura della Regione Emilia-Romagna e numerose altre istituzioni.


Il concerto d'apertura di Crossroads 2012 si terrà al Teatro De André di Casalgrande il 25 febbraio. A dare il via all'imponente kermesse sarà un trio nel quale confluiscono personalità di spicco della musica jazz, latina e del pop d'autore: il sassofonista Javier Girotto, l'inconfondibile cantante e attore Peppe Servillo, il pianista Natalio Mangalavite.
Nei tre mesi di durata del festival seguiranno poi numerosi altri eventi di particolare rilievo. Decisamente spettacolari saranno, ad esempio, gli appuntamenti con il quintetto multimediale formato da Paolo Fresu, Roswell Rudd, Danilo Rea, martux_m e Filippo Bianchi, il cui libro 101 microlezioni di Jazz fornirà la trama per questa produzione originale del festival (Correggio, 5 maggio, Teatro Asioli), e con Memorie di Adriano, ovvero le canzoni del clan di Adriano Celentano servite da personalità musicali di spicco come Peppe Servillo, Fabrizio Bosso, Javier Girotto, Rita Marcotulli, Furio Di Castri e Mattia Barbieri (Imola, 10 maggio, Teatro dell'Osservanza). Beniamini del grande pubblico sono anche la cantante Petra Magoni e il bassista Ferruccio Spinetti, il cui duo "Musica Nuda" è da anni una presenza forte nel panorama della canzone jazzata (Russi, 19 aprile, Teatro Comunale).
Magie musicali dal profumo portoghese saranno poi quelle create dal seducente duo della cantante Maria João con il pianista Mário Laginha (Massa Lombarda, 8 marzo, Sala del Carmine) mentre l'aria musicale del Sud America sarà portata dal cantante e multistrumentista argentino Daniel Melingo, il cui sestetto Maldito Tango reinventa la danza simbolo di Buenos Aires (Rimini, 15 aprile, Teatro degli Atti).
Altri big in cartellone a Crossroads sono il quintetto del batterista Roberto Gatto (Longiano, 16 marzo, Teatro Petrella) e il trio della funambolica pianista giapponese Hiromi (Ravenna, 29 aprile, Teatro Alighieri).
Molte, ricercate e prestigiose saranno poi le proposte di jazz cantato: dalla giovanissima rivelazione (appena dodici anni!) Gioia Persichetti, in duo con la pianista Stefania Tallini (Massa Lombarda, 30 marzo), alle voci affermate (e premiate da DownBeat) di Kurt Elling (che chiuderà il festival il 27 maggio a Santarcangelo, Teatro Supercinema) e Gretchen Parlato (Longiano, 21 marzo), passando per Napoleon Maddox, una delle più innovative voci della cultura hip hop statunitense (Modena, 20 aprile, La Tenda), e la coreana Youn Sun Nah, nuova regina della scena europea (Imola, 6 maggio).
Numerosi altri appuntamenti completeranno la lunga stagione musicale di Crossroads 2012. Nel mese di marzo il festival ospiterà: il quartetto di Cheryl Porter, voce carismatica tra jazz, soul e gospel (Cesenatico, 10 marzo, Teatro Comunale); due serate al Cassero Teatro Comunale di Castel San Pietro Terme, con il gruppo Ja Vigiu Plamja della cantante Silvia Donati e un trio che riunisce Daniele D'Agaro, Mauro Ottolini e Zeno de Rossi (il 17) e con il quartetto co-diretto da due grandi del sax tenore, Dave Liebman ed Ellery Eskelin (il 18); il quintetto della vocalist Eloisa Atti con il suo tributo a Billie Holiday (Massa Lombarda, il 23); la prorompente Pocket Brass Band guidata dal trombonista Ray Anderson (Piacenza, il 24, Teatro President); il poetico duo formato da Javier Girotto assieme al fisarmonicista Luciano Biondini (Solarolo, il 29, Oratorio dell'Annunziata). Il 31 a Dozza si potranno ascoltare un solo pomeridiano del bandoneonista Carlo Maver (all'Enoteca Regionale dell'Emilia-Romagna) e un concerto serale della cantante Tiziana Ghiglioni in duo col chitarrista Simone Massaron (al Teatro Comunale).
Una lunga carrellata di concerti riempirà anche il mese di aprile, quando arriveranno: un doppio concerto a Dozza (l'1 aprile) con il duo Vocione (ovvero Marta Raviglia e Tony Cattano) e il duo formato dal vocalist John De Leo e il pianista Fabrizio Puglisi; il Brasile per voce e chitarra di Guinga e Barbara Casini (Russi, il 3; Guinga terrà anche il seminario di "Mister Jazz" a Ravenna, Teatro Rasi, il 6); il quartetto del sassofonista Lew Tabackin con la pianista Helen Sung (Ferrara, Jazz Club, il 6); il trittico di serate di "Massa Sonora" a Massa Lombarda, con un solo del pianista Franco D'Andrea (il 12, preceduto nel pomeriggio da un seminario), due formazioni provenienti dall'universo musicale del collettivo El Gallo Rojo, l'Orchestra Vertical e i 4 Stories con Matt Renzi (il 13), la sovrapposizione degli Hopscotch e dei Crisco 3, due trii guidati dal sassofonista Francesco Bigoni (il 14); il pianista e trombettista Dino Rubino, impegnato sia in solo che in trio con un progetto dedicato a Miriam Makeba (Modena, il 17); la Unknown Rebel Band del pianista Giovanni Guidi, formazione che pone fianco a fianco le più promettenti giovani leve del jazz italiano e musicisti dalla fama già ben consolidata (Rimini, il 22); gli Opus 5, una all star newyorkese nella quale spicca il trombettista Alex Sipiagin (Ferrara, il 24).
Una situazione assai particolare sarà quella che si creerà a Correggio: qui alcuni dei più importanti giovani talenti attivi sulla scena jazz italiana saranno protagonisti di una formula artist in residence che li vedrà impegnati per diversi giorni nella città emiliana in varie attività (serate in club, seminari, registrazioni, set fotografici…), coronate poi da un concerto finale. I musicisti coinvolti saranno il sassofonista Dan Kinzelman (in concerto con il quartetto Ghost, tutto fiati e percussioni, il 30 aprile); il trombonista Gianluca Petrella (live con la Cosmic Band, il 12 maggio); il pianista Giovanni Guidi (con il suo New Quintet, il 17); il sassofonista Raffaele Casarano (con il gruppo The Other Locomotive, il 19); il trombettista Fulvio Sigurtà (con gli Electric Alchemists, il 23).
Per informazioni: www.crossroads-it.org/

6 In Jazz "Omaggio a Lucio Battisti" apre la rassegna Vittoria in Jazz a Salerno

Da domenica 5 febbraio, il Jazz di gran classe a Salerno per la rassegna Vittoria in Jazz.
Per la serata inaugurale prevista la band campana 6 In Jazz con "Omaggio a Lucio Battisti". 
Tutte le domeniche di febbraio, il prestigioso teatro salernitano vedrà avvicendarsi sul proprio palco grandi nomi del panorama jazzistico nazionale del calibro dei fratelli Deidda e Scannapieco, A.Vigorito, J.O.Mazzariello, P.Bisogno, Walter Ricci e Armanda Desidery, il tutto accompagnato dalle ottime specialità culinarie del posto.
La serata inaugurale del 5 Febbraio, vedra' sul palco la band campana 6 In Jazz che presentano "Omaggio a Lucio Battisti" con i musicisti Sandro Deidda, (sax tenore & soprano), Alessandro Castiglione (chitarra), Guglielmo Guglielmi (pianoforte), Pierpaolo Bisogno (vibrafono, vibrandoneon e percussioni), Aldo Vigorito (contrabbasso), Peppe La Pusata (batteria); un viaggio musicale e un omaggio alla canzone d'autore con un repertorio battistiano all’insegna dell’improvvisazione jazz. 
In programma Emozioni, Perché no, I giardini di Marzo, Prendila così, Con il nastro rosa, Sì viaggiare, Aver paura di innamorarsi troppo, e tanti altri successi dell’indimenticabile cantautore, che hanno fatto epoca e che trovano nuova luce in una veste diversa dalle sonorità jazz.
Il progetto nasce dall’amore per la musica di due giovani musicisti, Daniele Borrelli e Anna Maria Fortuna, e dalla voglia di diffondere il jazz nella loro città:sogno realizzato grazie alla collaborazione con Pupi&Pupi Management, da anni protagonisti del by night salernitano.

Ecco il video di Prendila così del gruppo 6 In Jazz:

Gramsci e il jazz

Questo articolo, apparso su Belfagor nel 1989, è stato accolto positivamente da studiosi e storici del jazz, e ripubblicato sul bel sito Nazione Indiana.

Ecco questo lungo ed interessante articolo:
«Il buddismo non è un’idolatria»: è questa la seconda osservazione che Gramsci sottopone a quel tale «evangelista o metodista o presbiteriano», durante una «piccola discussione ‘carceraria’ svoltasi a pezzi e bocconi», di cui riferisce alla cognata Tania, per farle «passare il tempo», nella lettera del 27 febbraio 1928.
L’interlocutore di Gramsci, preoccupato (anzi, «indignato») per il pericolo «di un innesto dell’idolatria asiatica nel ceppo del cristianesimo europeo», viene facilmente cacciato «in un ginepraio di idee, senza uscita per lui» da due argomentate osservazioni, la seconda delle quali si apre, appunto, con la netta affermazione riportata all’inizio. Di questo, e dei riflessi probabili della cultura taoista sulla concezione dell’azione di Gramsci, ha scritto Giangiorgio Pasqualotto in «Belfagor» dello scorso anno.
La lettera citata offre, però, un’ulteriore, e forse insolita, materia d’interesse. Proseguiamone la lettura, partendo proprio da quella affermazione:
"Da questo punto di vista, se un pericolo c’è, è costituito piuttosto dalla musica e dalla danza importata in Europa dai negri. Questa musica ha veramente conquistato tutto uno strato della popolazione europea colta, ha creato anzi un vero fanatismo. Ora è impossibile immaginare che la ripetizione continuata dei gesti fisici che i negri fanno intorno ai loro feticci danzando, che l’avere sempre nelle orecchie il ritmo sincopato delle jazz-bands, rimangano senza risultati ideologici; a) si tratta di un fenomeno enormemente diffuso, che tocca milioni e milioni di persone, specialmente giovani; b) si tratta di impressioni molto energiche e violente, cioè che lasciano tracce profonde e durature; c) si tratta di fenomeni musicali, cioè di manifestazioni che si esprimono nel linguaggio più universale oggi esistente, nel linguaggio che più rapidamente comunica immagini e impressioni totali di una civiltà non solo estranea alla nostra, ma certamente meno complessa di quella asiatica, primitiva ed elementare, cioè facilmente assimilabile e generalizzabile dalla musica e dalla danza a tutto il  mondo psichico. Insomma il povero evangelista fu convinto che, mentre aveva paura di diventare un asiatico, in realtà egli, senza accorgersene, stava diventando un negro e che tale processo era terribilmente avanzato, almeno fino alla fase di meticcio. Non so quali risultati sono stati ottenuti: penso però che non sia più capace di rinunziare al caffé con contorno di jazz e che d’ora innanzi si guarderà più attentamente allo specchio per sorprendere i pigmenti di colore nel suo sangue." (A. Gramsci, Lettere dal carcere [= L], Torino 1965, pp. 179-180).
Questa non  superficiale analisi gramsciana dei risvolti del fenomeno jazzistico al suo apparire in Europa è, forse, poco nota, o frequentata; in ogni caso, non è isolata. Qualche mese prima, nella lettera all’amico Berti dell’8 agosto 1927, nell’esprimere «la grande delusione intellettuale» che gli aveva procurato la lettura del «tanto strombazzato libro di Henri Massis Défense de l’Occident» (Sul contenuto del libro, di stampo nazionalista e fortemente eurocentrico, Gramsci ritorna in una pagina dei Quaderni (VIII, c. 73 = Note sul Machiavelli, Torino 1966, p. 77).) Gramsci commentava:
"Ciò che mi fa ridere è il fatto che questo egregio Massis, il quale ha una benedetta paura che l’ideologia asiatica di Tagore e Ghandi non distrugga il razionalismo cattolico francese, non s’accorge che Parigi è diventata una mezza colonia dell’intellettualismo senegalese e che in Francia si moltiplica il numero dei meticci. Si potrebbe, per ridere, sostenere che se la Germania è l’estrema propaggine dell’asiatismo ideologico, la Francia è l’inizio dell’Africa tenebrosa e che il jazz-band è la prima molecola di una nuova civiltà eurafricana!" (L, p. 112).
Come si vede, la modalità argomentativi, nelle due lettere, è la stessa: anche dal punto di vista della struttura epistolare: si parte dall’idea altrui (dell’evangelista, di Massis) di pericoli circa l’influenza della cultura asiatica, di cui si riferisce al destinatario della lettera; quest’ultimo viene fatto, altresì, partecipe dello stesso tipo di obiezione (non dall’Asia, ma dall’Africa viene, semmai, il pericolo), rivolta, in un caso, direttamente (all’evangelista), nell’altro quasi attraverso un immaginario contraddittorio (questo egregio Massis).
Non manca, inoltre, ad accomunare i due brani, ed è un aspetto importante, un tono fra l’ironico e il divertito, talvolta esplicitamente ‘comunicato’: «per farti passare il tempo», «cacciarlo in un ginepraio di idee», «il povero evangelista», fino alla conclusione della stessa lettera a Tania, con l’immagine del pover’uomo che si guarda allo specchio tentando di cogliere le tracce della sua incipiente negritudine. Allo stesso modo si osservino, nella lettera al Berti, le espressioni: «ciò che mi fa ridere … si potrebbe, per ridere … l’Africa tenebrosa» ecc.
Il tono leggero con cui Gramsci riferisce, in entrambi i casi, temi di riflessione che leggeri non sono, cela, a mio avviso, una certa cautela, se non vero e proprio imbarazzo, nell’affrontare argomenti intrinsecamente scabrosi. Si può cogliere nelle argomentazioni gramsciane quello che forse fu storicamente, negli intellettuali di una certa formazione politica e ideologica, l’impatto con nuove forme artistiche, in questo caso la musica nera americana, colta soprattutto nella sua ascendenza africana; forme artistiche che, mentre si presentavano come prodotti rispettabili di una cultura altra, ‘estranea’, da non censurare quindi razzisticamente, pur tuttavia, proprio per la loro ampia, e forse inaspettata, diffusione tra vari strati, specialmente di borghesia colta, mostravano l’aspetto pericoloso della ‘evasione’, della ‘irrazionalità’, terreni sui quali abbastanza tardi il movimento operaio avrebbe espresso una visione equilibrata e aperta.
Non volendosi, naturalmente, retrodatare all’epoca e alla coscienza gramsciane fenomeni più recenti, basterà notare la diversa precisione ‘geografica’ dei contesti epistolari per ricavarne sicuri elementi storici.
Nella lettera al Berti, Gramsci è molto più dettagliato nell’individuare l’area delle prime influenze afro-americane sui gusti musicali (e  non solo) europei; nella lettera a Tania, invece, il ragionamento è di più ampio quadro, generalizzante, teso com’è al tentativo di cogliere i dati di fondo, e la ‘pericolosità’ del fenomeno.
In primo piano è la Francia, influenzata dall’intellettualità delle colonie, quella Francia che, insieme all’Inghilterra, costituisce, nel secondo decennio del nostro secolo, una delle prime «piccole teste di ponte» del jazz in Europa. In questa prima fase dell’espansione della musica nera americana nel continente europeo, il ruolo di punta che svolgono le jazz bands si esprime soprattutto nella stretta connessione della performance musicale col ballo ritmato. Parigi è una delle capitali europee in cui si ascoltano le prime orchestre di jazz. Forse più che in altre grandi metropoli del continente europeo, il terreno è fertile per un incontro, un innesto culturale che avrà duraturi riflessi anche in altri settori dell’attività artistica.
Mentre, dunque, Gramsci identifica il luogo dove maggiormente è andato avanti il processo di fusione delle nuove forme culturali, affronta poi con particolare acutezza l’analisi dell’intreccio tra musica e danza e i riflessi sull’atteggiamento mentale, sull’ideologia, che tali fenomeni possono mettere in atto. Gramsci coglie gli elementi più concreti e appariscenti della nuova realtà, non disconstandosi, nelle osservazioni sul fanatismo, sulla ripetitività e sul delirio che caratterizzano i danzatori, dalla sostanza delle notazioni contenute nelle fonti giornalistiche o storiografiche dell’epoca. Si pensi, per citare solo qualche esempio, al resoconto apparso il 1° maggio 1916 nel Chicago Herald, dal titolo 60 donne strappano la maschera al vizio, dell’irruzione dell’Anti-Saloon League in locali del South Side di Chicago, sedi di performances jazzistiche. Vengono descritte atmosfere di delirio e confusione, tra il «fracasso che faceva la Jass Band importata da New Orleans». Secondo altre fonti, la gente impazziva dall’entusiasmo al suono della musica dell’orchestra, strillando: «Dateci ancora del jass».
Se questo era il clima americano, non diverso – e più sconvolgente per una mentalità europea abituata a identificare atto musicale con classicità, melodramma, comunque equilibrio di suoni e forme – doveva essere il comportamento delle platee e delle sale europee.
L’altro esempio riguarda descrizioni, del secolo scorso, di shout, danza religiosa dei negri, nelle quali vengono messi in rilievo: monotonia dei movimenti, vigore, fervore religioso, intensità, ipnosi collettiva.
Questi dati, che riflettono constatazioni autoptiche, corrispondono, ovviamente, in Gramsci, all’analisi dei riflessi psicologici e ideologici delle cadenze musicali (nulla a che fare, comunque, con le condanne xenofobe del jazz, di stampo fascista o nazista): il pericolo che nettamente, anche se con l’attenuante dell’ironia, Gramsci prospetta è quello della semplificazione, della massificazione, della riduzione all’elementarietà delle sensazioni, del coinvolgimento di masse sempre crescenti, soprattutto di giovani, in tale esercizio fisico-mentale, dei riflessi, infine, che tale aspetto della personalità, educato attraverso il  linguaggio universale della musica, che comunica immagini e impressioni di una cultura estranea a quella europea, può avere sul comportamento ideologico e, perché no, politico di un individuo.
Sarebbe sbagliato leggere queste pagine gramsciane con l’occhio rivolto soltanto alla grande trasformazione che il fenomeno musicale (jazz, rock, pop-music) ha subito in questi ultimi decenni, e, soprattutto, al ruolo che grandi manifestazioni musicali, i ‘mega-concerti’, nei quali pure si riscontrano forme di ripetitività, addirittura elettronicamente sancite e televisivamente irradiate a livello mondiale, hanno conquistato, toccando anche, e con successo, terreni di impegno civile e politico (antirazzismo, diritti umani, pacifismo ecc.), in particolare tra le masse giovanili. Certo, anche in questi fenomeni si potrebbe cogliere criticamente, e qualcuno lo ha fatto, il rovescio della medaglia, che oggi si chiama: disinvolta sponsorizzazione, interessi industriali ed economici nella diffusione della musica, moda e conformismo.
La ‘lettura’ gramsciana, storicamente datata, può essere considerata, dunque, il tentativo di guardare criticamente a un fenomeno sociale e culturale ‘di massa’ totalmente nuovo, con in più, forse, i ‘sospetti’ che un dirigente comunista nutriva ‘costituzionalmente’ di fronte a espressioni e comportamenti non immediatamente inquadrabili attraverso la griglia conoscitiva e valutativa della sua ideologia.

lunedì 30 gennaio 2012

Charles Lloyd New Quartet su YLE1

L'emittente radiofonica finlandese YLE Radio 1, trasmetterà questa sera il concerto del Charles Lloyd New Quartet, composto da Charles Lloyd, sassofono e flauto, Jason Moran, piano, Reuben Rogers, basso e Eric Harland, batteria, percussioni e voce, registrato il 17 luglio 2011 al Pori Jazz Festival. 
Lloyd è stato uno dei più grandi musicisti appartenenti ad una generazione di jazzisti molto creativa, uscita negli anni '60. 
Le sue armi principali sono il tenore, il contralto, il flauto, e occasionalmente anche il soprano, l'oboe e le tastiere. Nella sua musica riesce a introdurre elementi di rock e sonorità orientali in una profonda base jazz. 
Il suo tono è ricco, sensuale e sensibile e l'atmosfera spirituale che circonda il suo modo di suonare deriva da una radicata pratica della meditazione.
Charles Lloyd è nato a Memphis, Tennessee, nel 1938. Andò a scuola con Booker Little e George Coleman. Per un po' ha studiato odontoiatria, ma la musica lo catturò completamente quando iniziò a suonare R & B con B.B. King e Howling Wolf, tra gli altri.
Nel 1956 Lloyd si spostò nella West Coast, dove fece parte delle band di Gerald Wilson, Chico Hamilton e Cannonball Adderley; all'inizio con il sax alto, ma dai primi anni '60 per lo più con il tenore. 
La più famosa delle sue band fu proprio il quartetto con il pianista Keith Jarrett e il batterista Jack DeJohnette con i quali registrò l'album Love-In dal vivo al leggendario tempio del rock Fillmore.
Lloyd, che ha anche suonato anche con i Doors e i Beach Boys, si ritirò dalla musica per ben due volte, ma dopo un'esperienza di quasi morte, nel 1986 ricominciò la sua carriera e da allora ha tenuto costantemente concerti e registrato per la ECM con ottimi risultati sia con il suo quartetto che con il Trio Sangam. 
Il suo ultimo album, Mirror, uscito l'anno scorso ha ottenuto un sacco di elogi dalla critica.

Clicca su questo link, per ascoltare in concerto questa sera a partire dalle ore 19.

Ecco un video del Charles Lloyd New Quartet che presenta Soaring:

Lizz Wright: Tiny Desk Concert

Questo breve, ma intenso concerto, presentato dalla NPR nell'ambito dei suoi Tiny Desk Concert, ci presenta la splendida Lizz Wright, una giovane cantante in grado di esplorare il gospel ed il soul del passato; per l'occasione accompagnata da una formazione che presenta: il chitarrista Robin Macatangay, il bassista Nicholas D'Amato ed il batterista Brannen Temple.
Il risultato è una dolce sorpresa: una elevazione spirituale piena di grazia ed inconfondibilmente fresca.

Ecco questo breve concerto:

Arturo Sandoval - KPLU Studio Session

"Se hai la musica nel tuo cuore, sarai una persona felice, non importa quale".
Questo è ciò che il trombettista Arturo Sandoval ha detto durante la trasmissione Studio Session dell'emittente KPLU, dove ha ricordato di essere cresciuto in una zona rurale di Cuba e di avere un insegnante di tromba che gli diceva (all'età di 10 anni) di non aver talento e che non avrebbe dovuto continuare a suonare. 
Ovviamente, Sandoval, che è ora conosciuto come uno dei trombettisti jazz più importanti del mondo, non ha ascoltato l'insegnante ed è una vera delizia sentirlo raccontare questa storia.
Insieme con la sua band (il pianista Mahesh Balasooyria, il sassofonista Zane Musa, il bassista John Belzaguy e il batterista Johnny Venerdì), Sandoval ha eseguito due selezioni musicali da grande solista: There Will Never Be Another You e Joy Spring di Clifford Brown .

A questo link si può ascoltare questa bella session, in formato Mp3.

Ecco il video di There Will Never Be Another You, tratto dalla session:

Intervista a Enrico Rava

Sul sito All About Jazz è stata pubblicata una lunga ed interessante intervista a Enrico Rava.


Ecco un estratto dell'intervista:
All About Jazz: Does the title Tribe have any special significance for you?
Enrico Rava: It didn't have it at the beginning. I recorded it in 1975 with [guitarist] John Abercrombie, [bassist] Palle Danielsson and [drummer] Jon Christensen, for ECM. My pianist now [Giovanni Guidi] wanted to play it and I said, "Why not?" It sounds very contemporary. But now that I've recorded it, I think that Tribe is not only the right title for the CD but also for my band because really I feel it's like a tribe—a very democratic tribe.
AAJ: On Tribe, you've recruited a couple of old colleagues in trombonist Gianluca Petrella and drummer Fabrizio Sferra, and a few newcomers in bassist Gabriele Evangelista, pianist Giovanni Guidi and guitarist Giacomo Ancillotto. Were you specifically looking for a balance between old and new blood for this CD?
ER: No, no, no. I call the musicians because I like them. They can be 16 years old or 95 years old. I'm not a talent scout. It often happens that they are very young because the young musicians are closer to my vision of the music and they have a lot of energy. I don't like too much to play with people of my age. I feel closer to younger people, but there are some contemporaries of my age who have the same vision I have. I play with them very often, and I'm very glad to do it.
AAJ: Who, for instance?
ER: One of the very few Italian musicians of my age who I enjoy playing with is [pianist] Franco D'Andrea. Another is Dino Piana, a great pianist and composer. Dino Piana—who is now 82—played all his life in a radio orchestra, but when he was about 30 and I was 20, he was just playing jazz. Everybody wanted to play with him all over Europe, but then he joined the orchestra. When he retired, he started playing only jazz. When I have the possibility I call him, and for me it's always a great pleasure to play with him because he's very open. [drummer] Aldo Romano is another musician. But most of the musicians of my age tend to stick to what they were doing when they were at the top of their trend, and that's no good for me.
AAJ: On Tribe your connection with Petrella sounds really intuitive; the pair of you sound like siblings. Tell us a little about what it's like playing with him and what he brings to the mix.
ER: First, let me tell you that I met Gianluca when he was 18. I knew his father, who was a very good trombone player, too. A couple of years later, Gianluca came on a long tour with me in Canada at all the festivals, and he stayed. The rest of the people changed, but he stayed. I have a special relationship with two musicians—one is Gianluca and the other is [pianist] Stefan Bollani—a kind of telepathic thing where when we play it's like we talk to each other all the time. These are the best musical relationships I have had in my life; another one was with [trombonist] Roswell Rudd many years ago. With Gianluca, I have the same kind of rapport.
AAJ: Are there other musicians whom you've deeply connected with over the years?
ER: When I play with somebody, I look for a deep connection, and I had a very deep connection with [alto saxophonist] Steve Lacy at the end of the '60s when I was playing in his band. We had a very strong musical understanding when we played together. I also had that a lot with an alto saxophonist from Italy, who died many years ago, called Massimo Urbani. I brought him to New York when he was 18. Then I had a fantastic thing with [saxophonist] Joe Henderson when we did a long tour together in Europe, which was fantastic. I also really love to play with [saxophonist] Mark Turner; he's a tremendous player, though we play together rarely.
AAJ: You played trombone prior to taking up the trumpet. Do you feel you have a special affinity with trombonists?
ER: Yeah, I do, though my experience as a trombone player was almost nothing. I played in a Dixieland band as an amateur when I was 16, and we were playing [Louis] Armstrong Hot Five tunes, "At the Jazz Band Ball" and "Jammin' the Blues," but I was a very rudimentary player. It lasted a very, very short time. Two years later, I bought a trumpet. But I love the trombone. I like the tone and the register of the trombone, which is the same register as the male voice. If you talk and, while you're talking, you start playing the trombone, it's the same tone and register, while the trumpet is always high pitched—I feel like someone is always hanging me [laughs]. The trumpet and trombone is exactly the same instrument except that one is higher pitched. That's why they sound so good together. I learned that playing with Roswell [Rudd], because he was showing me certain intervals that we were playing together— the two notes we played could generate all the overtones and the harmonics. Sometimes you can play a chord of two notes, but you can hear four or five notes. You can't do that with flugelhorn and trombone because flugelhorn is a different instrument— it's a cornet instrument—but a trumpet is exactly like a trombone except for the higher register.
I like very much that sound. There are a couple of records of the quintet of [trumpeter] Clark Terry and [trombonist] Bob Brookmeyer, and the sound is so beautiful. There are also recordings by trumpeter Conte Candoli and [trombonist] Frank Rosolino; I am a fan of that sound [laughs]. I know all of them.
AAJ On Tribe, drummer Fabrizio Sferra brings a beautiful touch and at the same time great propulsion to the music, particularly on "Planet Earth" and "Choctaw." You've recorded with him before on Full of Life (Cam Jazz, 2005). What do you like about his playing?
ER: I like Fabrizio because he's ready for everything. He's very open, so he can play beautifully in, but he can play very well out. He's open to anything that can happen. He's a very good musician, too. He plays piano, he's a leader of his own band, and he's a composer of very nice tunes, too. He's a very musical drummer. He's not just a rhythmic drummer. All the great drummers—I think of Billy Higgins—are complete musicians.
AAJ: A drummer who lit up couple of your ECM recordings, TATI (ECM, 2005) and New York Days (ECM, 2008), sadly passed away recently. What will be your abiding memories of Paul Motian?
ER: Paul was a master musician, one of the great drummers. He was a very good friend of mine because when I moved to New York, in 1967, I would go his apartment on Central Park West. He was the only person I know who stayed in the same apartment all his life [laughs]. He was there for, I don't know, almost 50 years. It's incredible, because in New York everything changes every two seconds; if you go away one week, when you come back, your friend doesn't live there anymore, the fruit vendor isn't there anymore, your friend who was a taxi driver isn't there anymore. The only thing that didn't change was Paul Motian in Central Park West; everything and everybody else moved.
He was a very good friend, and we played in many different situations; we played in some bands with Roswell [Rudd] and in the Jazz Composers Orchestra with [pianist/composer/arranger] Carla Bley, and we toured together with Joe Henderson, and later with [Stefano] Bollani. He was a fantastic guy, and he was a teenager; he was a young old guy. He was 18 years old in his head. I'm going to miss him. Everybody is going to miss him. He was a different musician, a very unique drummer. He had his own technique, his own sound, and he was very, very creative. You didn't have to ask him to do this and do that. Anyway, he wouldn't do it [laughs], so you didn't ask him to do it; you let him do what he wanted. It was always better than what you would have asked him to do.....
(continua a leggere l'intervista sul sito AAJ)

Accelerando nuovo album per Vijay Iyer

Il pianista indo-americano Vijay Iyer sta per pubblicare il suo nuovo album, intitolato Accelerando, in uscita nel prossimo mese di marzo per l'etichetta indipendente tedesca ACT Music + Vision.
Iyer, accompagnato dal suo solito trio composto dal bassista Stephan Crump e dal batterista Marcus Gilmore, presenta del materiale che svaria tra da un paio di audaci pezzi originali, brani di grandi compositori jazz (Duke Ellington, Herbie Nichols, Henry Threadgill), a sorprendenti interpretazioni di pezzi pop d'epoca e recenti brani funk (Michael Jackson, Heatwave, Flying Lotus). 
Spesso catalogato come "artista celebrale", questa volta Iyer consegna un album guidato da una viscerale, universale, inebriante esperienza ritmica: "I actually experience music on a visceral level, the way most people do. Dance is just a bodily way of listening to music – it's a universal response. Jazz has always had some sort of dance impulse at its core. Bebop grew out of swing, which was a dance rhythm that became art music. I never want to lose that foundation of rhythmic communication in my work. That's what Accelerando is concerned with, that physical reality of music. For me, music is action."

Ecco un estratto del concerto che Iyer ha tenuto al Le Poisson Rouge in New York, N.Y. lo scorso 7 gennaio 2012, dove ha presentato un preview dell'ultimo album:

Metastasio Jazz

Al via 'Metastasio Jazz', giunto alla sua XVII edizione. In programma tre appuntamenti in compagnia dei piu' importanti musicisti del panorama nazionale ed internazionale. I concerti si terranno il lunedi' alle 21, a partire dal 13 febbraio al Teatro Metastasio di Prato. Un programma ridotto - a causa dei tagli - ma che non rinuncia alla qualita', con l'obiettivo di riuscire ad ampliare l'offerta della manifestazione per le prossime edizioni. 
Intanto quest'anno tornano le conferenze-aperitivo curate dal direttore artistico della rassegna, Stefano Zenni. Tutte le domeniche precedenti ai concerti (il 12, 19 e 26 febbraio) alle ore 11.00 nel ridotto del Teatro verranno approfondite le tematiche protagoniste delle tre serate. 

Ecco il programma della manifestazione:
- 13 febbraio 2012 alle ore 21.00: Wadada Leo Smith Golden Quartet.
Tra i musicisti affermatisi alla fine degli anni Sessanta nell’ambito dell’AACM, Leo Smith (che più tardi ha aggiunto il nome Wadada) è stato a lungo uno dei più enigmatici e sconcertanti. Sperimentatore appartato, Leo Smith è stato il primo ad azzardare esibizioni per sola tromba che, come i concerti per piccoli gruppi, si componevano di costellazioni di suoni isolati, sospesi tra campanellini risonanti, rumori di giocattoli, silenzi lunghi e sconcertanti. Era una musica che, sfidando le regole della forma, si avventurava oltre i limiti estremi della consequenzialità discorsiva. Questo universo ostico - estrema propaggine del suono di Miles Davis - è poi stato risucchiato dal silenzio, fino a quando, negli ultimi quindici-venti anni, Smith non è tornato con una musica in apparenza molto diversa: carica di energia, apertamente vicina al Davis elettrico degli anni Settanta, ma con una vena più eccentrica, di ribollente intensità, anche in piccole formazioni come il Golden Quartet. Un gruppo che riunisce nuovi talenti e figure storiche degli anni Settanta, in cui quelle costellazioni solitarie si sono convertite in una polifonia pulsante e policroma: danza e colore, elettricità ed estasi.
- 20 febbraio 2012 alle ore 21.00: Alessandro Lanzoni, Alessandro Fabbri, Paolo Birro "Archæa String"
Storicamente la Toscana è stata una delle regioni più vivaci del jazz italiano, con una lunga tradizione di associazionismo, festival pionieristici, collezionismo, didattica. Questa fertilità culturale continua a dare frutti sia tra i nuovi talenti sia tra i musicisti affermati, due realtà di cui questa serata vuole rendere conto. Da un lato il diciannovenne Alessandro Lanzoni, il pianista più dotato e brillante dell’ultima generazione toscana, vincitore di innumerevoli premi (ultimo il prestigioso “Martial Solal”), già rodato sui palcoscenici internazionali (Israele, USA, Panama): pianismo moderno senza aggettivi, memore delle innovazioni degli anni Settanta, fresco e avvincente. Dall’altro il batterista Alessandro Fabbri, leader, compositore, arrangiatore, docente, figura poliedrica che qui presenta uno dei suoi lavori più riusciti: Pianocorde, ovvero l’incontro tra un gruppo jazz e un quintetto d’archi. Un gruppo sfugge da ogni cliché del genere, un miracolo di eleganza e swing, sapienza compositiva e varietà di sound. Tanto la penna di Fabbri è raffinata quanto il gruppo è trascinante, impreziosito dalla sapienza di Paolo Birro e dai colori lucidi e caldi del quintetto Archæa.
- 20 febbraio 2012 alle ore 21.00: Mauro Campobasso & Mauro Manzoni Sextet "Vertigo. Homage to Alfred Hitchcock"
I complessi shock emotivi di Alfred Hitchcock e l’attitudine onnivora del jazz; “la vita senza i momenti noiosi”, come il regista definì il cinema, e la musica senza confini di forme e stili. Il ritmo delle immagini e il ritmo dei suoni. È a partire da queste suggestioni che - dopo il riuscito progetto su Stanley Kubrick - Mauro Campobasso e Mauro Manzoni hanno affrontato l’universo di Hitchcock. Con un sestetto flessibile, dalle risonanze classiche, elettroniche ed etniche (cortesia del vulcanico Michele Rabbia), Campobasso e Manzoni hanno raccolto, assimilato e trasformato le mille suggestioni sonore e musicali del maestro del brivido e le hanno riplasmate in una materia ambigua, potente, attraversata da mille rivoli eccentrici e suggestivi. L’intero universo sonoro hitchockiano - più complesso di quanto si creda, tra brividi angosciosi, eccessi romantici, falsa spensieratezza jazz, staffilate agghiaccianti - entra in dialogo con le immagini rimontate da Pino Bruni (saggista, collezionista, scrittore) in un graduale crescendo di stupore e tensione che ci racconta, come in un grande giallo musicale, l’intreccio tra la suspense del nostro destino e la tensione della forma musicale.

Anche nelle edizioni minori, che risentono della crisi, Metastasio Jazz offre ai suoi spettatori esperienze nuove, suoni (e immagini) mai ascoltati sul palco del teatro. È una novità Wadada Leo Smith, che per la prima volta suona a Prato, in unica data italiana in collaborazione con il Musicus Concentus di Firenze, con l’ultima incarnazione del prometeico, ribollente Golden Quartet, vero erede degli umori più eccentrici, elettrici e singolari degli anni Settanta. Una serata di jazz in Toscana ci porta, con un doppio programma, tra suoni più soavi: il pianoforte del nuovo talento Alessandro Lanzoni e il Pianocorde di Alessandro Fabbri, raffinatissima formazione che fa swingare il calore degli archi e le preziosità del solismo jazz.
A chiudere un’esperienza sensoriale per gli occhi e le orecchie. Una proiezione di brani da film di Hitchcock avvolta dal suono live del magico sestetto di Mauro Campobasso & Mauro Manzoni, tra elettronica, archi, percussioni, fiati: un sound che trasforma, sublima e rielabora in chiave jazz l’universo sonoro del mago del brivido, in sintonia con le allarmanti incertezze di questi tempi. (Stefano Zenni)

Per informazioni: www.metastasio.it

Piano Blues di Clint Eastwood a Brescia

Martedì 31 gennaio, ore 21 al Nuovo Eden di Brescia, proiezione del film-documentario Piano Blues, diretto da Clint Eastwood.
Il regista, nonché pianista esplora la sua passione che dura da sempre per il piano blues. Filmati e registrazioni rari, di importanza storica, interpretazioni e interviste di alcune leggende della musica. Piano Blues (2003) è uno dei sette episodi firmati da sette grandi registi che compongono The Blues, progetto fortemente voluto da Martin Scorsese, di cui è il produttore esecutivo, e del quale ha diretto Dal Mali al Mississipi nel 2002.
Sotto la sua supervisione ogni autore, attraverso il proprio stile e punto di vista, esplora il blues e i leggendari musicisti che ne hanno fatto la storia raccontando, fin dalle sue radici, varie sfumature di un percorso umano e musicale di grande intensità emotiva.
La prima parte della pellicola si muove intorno a Ray Charles, il quale, di fronte al piano in uno studio di registrazione, risponde alle domande poste da Clint Eastwood, seduto accanto a lui, relative alla sua vita e al suo iniziale avvicinamento alla musica. A cavallo tra ricordi e passioni innate, mentre la macchina da presa si muove sui volti, e attorno al pianoforte, le parole trovano puntualmente riferimento in rare immagini di repertorio: così, nell'istante in cui i due raccontano di come quasi tutti i pianisti abbiano incominciato con il boogie-woogie o in chiesa con i gospel, ecco comparire le impressionanti performance al piano di Martha Davis o Eugene Rodgers. Ma non vengono tralasciati più tardi neppure grandi artisti blues come Art Tatum, Oscar Peterson, Muddy Waters, Willie Dixon, Otis Spann, e molti altri.
Nella seconda parte il documentario omaggia indimenticabili personaggi (fra i quali Dr. Johnn, Professor Longhair, Marcia Ball, Pinetop Perkins), invecchiati nell'aspetto, ma non nel loro enorme talento; i frammenti dal passato e le parole degli intervistati si moltiplicano attraverso continui salti temporali. Tenendo sospesi fra le note, senza far perdere mai il filo.
L'ingresso è libero fino a esaurimento posti.
Per informazioni: www.jazzineden.it

Ecco un estratto del film:

domenica 29 gennaio 2012

Gli imperdibili - Charles Mingus: Pithecanthropus Erectus

Il secondo album "imperdibile" che propongo è il leggendario Pithecanthropus Erectus, uno dei capolavori della straordinaria carriera di Charles Mingus.

Ecco un bella recensione tratta dal sito DeBaser.it
Gli anni dopo i trenta, nella vita di un uomo, sono decisivi, oltre che numero ricco di simbolismo. Tanti esempi, dal sacro al profano (il Cristo, Buddha, Dante ecc. ), ci suggeriscono che in questo momento dell'esistenza le esperienze accumulate in maniera spesso disordinata, trovano una sintesi e un senso nuovo.
È stato così anche per Mingus, che nel 1955 aveva per l'appunto trentatre anni. Già noto virtuoso del contrabbasso, compositore sofisticato in bilico tra musica classica e jazz, comincia a recuperare appieno l'improvvisazione, sviluppandone in maniera particolare l'aspetto collettivo. Dopo anni passati ad elaborare complesse partiture (che comunque continuerà a scrivere per arrangiare suoi brani per organici più nutriti), Mingus si accorge che anche con la scrittura più minuziosa la musica come la sente lui non può venire riprodotta, esistono invece le personalità dei musicisti che suonano con lui, e ognuno di essi sente la musica alla propria maniera.
Smette di inseguire questo fantasma, e comunicando la traccia generale di quanto ha in mente, adatta e fa adattare le parti a ciascun collaboratore, affidandosi alla memoria più che alla scrittura. Chi suona sa quanta libertà in più si trova abbandonando lo spartito restituendo alla musica la sua aerea meraviglia, seguendo gli accordi nel cielo, guardando verso l'alto.
Questo straordinario disco è la prima testimonianza compiuta di tale rinnovamento/ri-scoperta, e porta data 1956, pietra angolare di tutto il lavoro futuro del grande bassista. Potete trovare approfondimenti e descrizioni scritti meglio di quanto possa fare io nel bellissimo volume di Stefano Zenni "Charles Mingus. Polifonie dell'universo afroamericano" (cito a memoria ma mi pare sia quasi esatto) edito da Stampa Alternativa nella benemerita collana Jazz People. Accenna a questo anche la bella recensione a "Mingus Ah Um".
L'organico è uno dei più ristretti: due sax, piano basso e batteria, ma con qualche sovraincisione sembra un'orchestra. Mingus è maestro nel mescolare i timbri strumentali. La prima traccia, che dà il titolo al disco, è la storia dell'uomo in una suite di dieci minuti, misteriosa e avvolgente, un tema sommesso che a sprazzi si agita, fino ad esplodere nell'improvvisazione collettiva, insieme a variazioni di tempo da 4/4 a 6/4, in un crescendo di tensioni e dissonanze emozionante.
Jackie McLean, giovanissimo sax alto, è superbo, un suono acido e tagliente, eppure capace di delicatezze insospettate, mentre Mingus ricama e dirige con timbro potente. "A foggy day" è forse il brano meno omogeneo rispetto al livello del disco. Un brano standard con però una divertente ripresa in sottofondo dei rumori di S. Francisco che Mingus sentiva da casa sua, che lo divertivano e tormentavano. "Profile of Jackie" è una breve composizione tagliata su misura per McLean, che apre la gola e il sax a tutta la gamma di suoni che conosce.
Infine, "Love chant" è l'altro capolavoro nel capolavoro. Un incalzante riff di pianoforte, linee di sax che si inseguono melodiose, malinconiche, e poi mid-tempo swing energico e baldanzoso, un inesauribile turnaround. Un'ottima introduzione all'arte di Mingus, forse un po' più accessibile dei capolavori a venire. Un lavoro, come tutti quelli del nostro eroe, al di fuori delle correnti, sempre inattuale, oltre il bebop, oltre l'Hard-bop, free prima del free, e non solo free.
Insomma, musica da ascoltare e vivere, sempre mobile, sempre ricca e sorprendente, come la grande musica e la grande arte di sempre.

Ecco l'intero album in streaming:

Uri Caine al Palermo Jazz Vanguard 2012

Prosegue il 1 febbraio, con un concerto del trio di Uri Caine, la rassegna Palermo Jazz Vanguard, che presenterà degli eventi che vedranno ospiti artisti d’eccezione del panorama internazionale. I concerti saranno ospitati nella splendida sala Paul Motian all’interno della nuova sede della Scuola Internazionale di Musica PalermoJazz, in pieno centro, nel cuore di Palermo.
Uri Caine è uno degli artisti di spicco della scena musicale contemporanea. Pianista e compositore innovativo, è riuscito a distinguersi per le originali riletture di composizioni classiche (Bach, Mahler, Mozart, Wagner), alternando l'attività compositiva al ruolo di sideman nei contesti più diversi (le formazioni di Dave Douglas, Arto Lindsay, Sam Rivers, Rashied Alì, Don Byron). La combinazione di importanti frequentazioni jazzistiche e gli studi di musicologia hanno fatto di Caine una personalità artistica sempre pronta a valicare e contaminare i generi musicali più diversi. Il jazz di Uri Caine è particolare: una miscela di musica ebraica, classica ed elettronica supportate da un'inventiva che rende questo ibrido musicale stimolante e innovativo. Il suo storico trio acustico sembra essere la formazione più interessante tanto per il pubblico quanto per i musicisti stessi: con i grandissimi John Hebert al basso e Ben Perowsky alla batteria la sintonia è formidabile. Le sfumature musicali ricavate dai vari strumenti danno vita ad un'espressività completa. La formazione, grazie all'alto grado di comunicatività, sviluppa sofisticate strutture melodiche e ritmiche , concedendo al pianista maggiori possibilità di interagire in maniera eccezionale con il batterista e il bassista. Questo trio jazz combina perfettamente composizione, ritmo e groove, improvvisando e suonando con una straordinaria naturalezza.

I prossimi appuntamenti in programma prevedono:
13 febbraio Sam Yahel Trio
Sam Yahel-piano; Matt Penman-bass; Jorge Rossy-drums
27 febbraio Bill Carrothers Trio
Bill Carrothers-piano; Drew Gress-bass; Bill Stewart-drums
2 marzo Guilim Simcock Trio
Gwilym Simcock-piano Yuri Goloubev-bass Dario Carnovale-drums
13 marzo Stefano D'Anna Soundscape
Stefano D'Anna-sax Jorge Rossy-piano Paolino Dalla Porta-bass Gregory Hutchinson-drums
20 marzo John Abercrombie Italian Trio
John Abercrombie-guitar Piero Leveratto-bass Fabrizio Sferra-drums
5 aprile Patane'-Girotto-Mangalavite Trio
Stefania Patanè-vocal Natalio Luis Mangalavite-piano Javier Girotto-sax
19 aprile Michele Hendricks Quintet
Michelle Hendricks-vocal Orazio Maugeri-sax Renato Chicco-piano Pietro Ciancaglini-bass

Per informazioni: www.palermojazz.com

sabato 28 gennaio 2012

Grandi nomi al Bergamo Jazz 2012

Con la nuova Direzione Artistica di Enrico RavaBergamo Jazz” giunge alla XXXIV edizione, confermandosi festival tra i più longevi e prestigiosi del Vecchio Continente: il più internazionale dei jazzisti italiani firma un cartellone ricco e variegato, che in particolare getta uno sguardo su quanto di innovativo proviene da oltre Atlantico, senza tralasciare proposte che si pongono come crocevia fra culture diverse. “Bergamo Jazz”, organizzato come di consueto dal Teatro Donizetti e dall’Assessorato alla Cultura e allo Spettacolo del Comune di Bergamo, si articola anche quest’anno in vari momenti spettacolari e di approfondimento, primi fra tutti i concerti ospitati dal 23 al 25 marzo al Teatro Donizetti, sede storica del festival. 
Numerosi gli appuntamenti dislocati in altri luoghi che nell’insieme contribuiranno a diffondere i suoni del jazz per la città, grazie al coinvolgimento della GAMeC – Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea, di LAB 80, del Jazz Club Bergamo e del CDpM-Centro Didattico Produzione Musica. “Ho pensato a questo festival non tanto come direttore artistico – ha spiegato Enrico Rava durante la conferenza stampa – quanto come un appassionato di jazz che vuole uscire da questa tre giorni contento e soddisfatto per aver ascoltato la musica che gli piace. Ho pensato a questi nomi da appassionato, da fruitore di musica”.
Venerdì 23 marzo, la prima delle tre serate al Teatro Donizetti sarà aperta dal piano solo di Jason Moran, eletto “musicista dell’anno” nell’ultima edizione del referendum indetto tra la critica internazionale dalla rivista Down Beat, la bibbia del jazz mondiale. 
A seguire, un progetto dal titolo emblematico di Mistico Mediterraneo, nel quale il linguaggio improvvisativo del jazz incontra una delle più tipiche espressioni vocali del Mare Nostrum: la tromba di Paolo Fresu, che di “Bergamo Jazz” è stato Direttore Artistico dal 2009 al 2011, il bandoneon di Daniele di Bonaventura e le voci del coro A Filetta, proveniente dalla Corsica, accompagneranno l’ascoltatore in un’affascinante viaggio sonoro tra mondi solo apparentemente lontani fra loro. 
Sabato 24 sarà la volta di altre due interessanti personalità delle musiche d’oggi: il trombettista Ambrose Akinmusire, prodigioso talento in costante ascesa che si presenterà alla testa di un pregevole quintetto, e la cantante spagnola di origini africane Buika, che il regista Pedro Almodovar ha fortemente voluto nel suo ultimo film La pelle che abito e il cui retaggio culturale si sposa con il flamenco e il latin jazz. Tra i componenti del gruppo che l’accompagnerà sul palcoscenico del Teatro Donizetti spicca il formidabile batterista cubano Horacio “El Negro” Hernandez
Domenica 25 il testimone passerà a uno dei nomi più illustri del jazz contemporaneo: Brad Mehldau. Il pianista originario della Florida si esibirà alla guida del suo abituale trio, con Larry Grenadier al contrabbasso e Jeff Ballard alla batteria. Il compito di emettere le ultime note di “Bergamo Jazz 2012” spetterà quindi al trombonista Ray Anderson e alla sua travolgente Pocket Brass Band (con in prima linea anche l’ottimo trombettista Lew Soloff), formazione che rivisita in modo personale il jazz di New Orleans, attualizzandone suoni e spirito. 
Ma il programma di “Bergamo Jazz 2012” non si esaurisce qui. Venerdì 23 (ore 18) l’inglese Oren Marshall, specialista della tuba, terrà una performance alla GAMeC, mentre dal giorno dopo l’Auditorium di Piazza della Libertà ospiterà Tim Berne e i suoi Snakeoil, gruppo che prende denominazione dal nuovissimo album inciso dal sassofonista americano per la ECM (sabato 24, ore 17); il trio del giovane sassofonista Mattia Cigalini, il cui concerto è organizzato assieme al Jazz Club Bergamo (domenica 15, ore 11,30); il pianista statunitense Craig Taborn, anch’egli in trio, con i connazionali Thomas Morgan al contrabbasso e Gerald Cleaver alla batteria (domenica 25, ore 17). 
Nei giorni precedenti “Bergamo Jazz 2012” (sempre all’Auditorium di Piazza della Libertà) dedicherà ampio spazio ai rapporti fra jazz e cinema: in collaborazione con LAB 80 e “Bergamo Film Meeting”, sono previste una performance del chitarrista Roberto Cecchetto sulle immagini del cortometraggio surrealista Charleston di Jean Renoir (domenica 18, ore 17,15; a seguire la proiezione del film Le relazioni pericolose di Roger Vadim) e una rassegna di pellicole che illustrano i legami fra due tra le più rilevanti forme d’arte nate e cresciute nel Novecento. 
Nelle serate tra martedì 20 e giovedì 22 si potrà infatti assistere alla proiezione di documentari dedicati a Duke Ellington e Miles Davis (Steve Plays Duke e Miles Gloriosus, entrambi della coppia Daniele Ciprì - Franco Maresco), a Theolonious Monk (Straight No Chaser) e al festival jazz di Newport del 1958 (Jazz On A Summer’s Day). 
Nelle mattinate del 20, 23 e 24 marzo si svolgeranno invece i tradizionali incontri didattici curati dal CDpM-Centro Didattico Produzione Musica e riservati agli alunni della scuola primaria e secondaria: il sassofonista Gabriele Comeglio, il pianista Claudio Angeleri e altri musicisti eseguiranno musiche atte a illustrare i vari aspetti dell’universo musicale afro-americano, soffermandosi in modo specifico sull’opera del geniale pianista e compositore Thelonious Monk, avvalendosi del contributo del musicologo Maurizio Franco
Informazioni: www.teatrodonizetti.it
(Fonte Bergamonews.it)

Sam Yahel in Italia per una serie di concerti

Sam Yahel, uno dei più interessanti organisti attivi sulla scena del jazz internazionale che, insieme ad altri due organisti come Larry Goldings e Mike LeDonne ha contribuito in maniera determinante alla rinascita di questo meraviglioso strumento, sarà in Italia per una serie di concerti. 
Musicista dall'eccellente tecnica strumentale e dal pensiero musicale straordinariamente lucido, focalizzato innanzitutto sull'elaborazione del sound generale delle band cui prende parte, Yahel è un solista di rara efficacia, le cui linee solistiche seguono spesso un disegno generale complessivo che prende sapientemente forma di fronte all'ascoltatore, rivelando un affresco sonoro particolarmente convincente e affascinante. Le sue doti di accompagnatore capace di interagire a più livelli tra il discorso del solista e la costruzione del groove sono particolarmente evidenti nel lavoro da lui svolto da diversi anni in qua con Joshua Redman - e nei gruppi del sassofonista - accanto a Brian Blade e Jeff Ballard.
Con queste formazioni, note via via come Yaya3 o Joshua Redman Elastic Band, ma anche, e forse soprattutto, con le proprie formazioni, Yahel ha contribuito a compiere una delle più riuscite riscritture dei canoni espressivi del jazz combo sax tenore, hammond e batteria, caratterizzata da grande padronanza e varietà dei mezzi espressivi e da una chiarezza di intenti mirabilmente compiuta, evidenziando grande classe, impeccabile maestria strumentale e perfetta conoscenza dei linguaggi improvvisativi dalla tradizione fino ai suoi più attuali sviluppi, convogliando il tutto in un sofisticato e consistente interplay dal suono d'insieme coinvolgente e intenso. 
La sua carriera discografica è costellata di ottimi album come Trio (con il batterista Brian Blade e il chitarrista Peter Bernstein), lo splendido Truth and Beauty (ancora in trio con Blade e Joshua Redman) e l'eccellente Jazz Side of the Moon: The Music of Pink Floyd che presentava un supergruppo con Seamus Blake al sax, Ari Hoenig alla batteria e Mike Moreno alla chitarra.
Ma Yahel è anche un notevole pianista come documentato dai suoi ultimi due lavori discografici: Hometown e il recente From Sun to Sun che ci mostra una ottima capacità di condurre un piano trio, anche se, secondo me, in maniera meno distintiva rispetto ai suoi lavori all'organo hammond.
Accanto a lui in questo tour due eccellenti musicisti quali Matt Penman, contrabbassista di origini neozelandesi che ha collaborato tra gli altri con Kenny Werner, David Berkman, il San Francisco Jazz Collective, Joe Lovano e Dave Douglas, nonché uno dei più lucidi e originali innovatori del proprio strumento apparsi da diversi anni a questa parte, ovvero il grande Jeff Ballard, già al fianco tra gli altri di Chick Corea, Joshua Redman e Brad Meldhau.

Ecco le date dei concerti italiani:
8 Febbraio: Panic Jazz Club - Vicenza;
9 Febbraio: Arci Tom - Mantova
10 Febbraio: Ferrara Jazz Club - Ferrara;
11 Febbraio: Blackmail Jazzclub - Rignano sull'Arno (FI);
12 Febbraio: Auditorium Comunale “Aldo Casalinuovo" - Catanzaro;
13 Febbraio: Teatro Metropolitan  - Palermo.

Ecco il trio di Sam Yahel che presenta dal vivo Truth and Beauty:

Intervista a Jeff Ballard

Sul sito della rivista Musica Jazz è stata pubblicata una bella intervista al batterista Jeff Ballard.

Ecco un estratto dell'intervista:
Gira da un po’ il tuo nuovo, incredibile trio, con Lionel Loueke e Michael Zenon. Ce ne parli un po’? 
L’ho messo insieme quando mi chiesero un mio progetto, e non ho avuto molti dubbi sulla scelta dei partner. Ho conosciuto Miguel a New York, suonavamo entrambi nei Los Gauchos di Guillermo Klein e lo considero uno dei migliori musicisti in circolazione, amo il suo modo di pensare e il suo cuore. Ho invece conosciuto Lionel quando suonammo nella formazione di Avishai Cohen. Subito capii che c’era un feeling particolare tra noi, ma credo sia un sentimento ricorrente per chi lo incrocia, è una persona estremamente sensibile. Suonare con loro mi ha aperto nuovi orizzonti, scenari di grande entusiasmo e immaginazione. Il repertorio è molto vasto, comprende brani originali ma anche composizioni di Gershwin, Dolphy, Monk, Bartok, Queens of the Stone Age, Brad Mehldau, Silvio Rodriguez, Kurt Rosenwinkel e molti altri ancora. Non trascuriamo mai momenti di pura improvvisazione, tutti e tre amiamo perderci in momenti di pura creatività, senza idee precostituite. Loro sono musicisti estremamente precisi, corretti formalmente, al punto che queste loro caratteristiche, nei momenti di improvvisazione totale, lascia intravedere territori nuovi, inesplorati. Adoro suonare un canto di uccelli trascritto dal mio amico Steve Cardenas, una melodia che potrebbe sembrare essere stata composta per Ornette. L’abbrivo per improvvisar su questo pezzo proviene proprio dalla melodia, poiché non ci sono cambi di tonalità. Ecco, questo è un esempio ottimo per capire ciò di cui parlavo prima. Solitamente lascio molta libertà a entrambi per poter interpretare al meglio le loro sensazioni quando siamo alle prese con un tema. Per esempio ultimamente proponiamo spesso una canzone dei Queens of the Stone Age e il suono di Lionel è molto differente dall’originale, ma è un processo naturale, mai forzato, altrimenti non avrebbe senso. Chiaro che il materiale tematico, le frasi, devono essere rispettate.
Cosa cerchi nei chitarristi solitamente? 
Esattamente le qualità che cerco in un altro musicista: la sensibilità, la velocità di pensiero, la voglia di conoscere nuove situazioni, il rispetto.
Si dice in giro di un interessamento della Ecm di Eicher per questo trio. Cosa succede? 
Così sembrerebbe ma ancora non è ufficiale. Dovremmo incontrarci presto.
Cosa dici del ruolo della batteria nella scena contemporane e come si è evoluta dai tuoi esordi? 
Credo che oggi il ritmo sia, nella musica, al suo livello massimo. Oggi c’è più complessità, sofisticatezza e nuance. tra l’altro la tcnologia oggi ci permette un ascolto più accurato e, di conseguenza, maggiori potenzialità espressive anche per la batteria. Un aspetto che ha anche importanti risvolti culturali: ciò che prima era impossibile oggi è più praticabile, dunque ci sono nuove strade da battere. Mi pare che la melodia e l’armonia hanno fatto il loro percorso: da Bach a
Schoenberg, da Louis Armstrong a Cecil Taylor. Il ritmo è l’ultimo elemento da esplorare. C’è anche un altro aspetto importante, il ritmo è diventato un elemento rilevante anche per strumenti che solitamente sono adibite ad adempiere compiti melodici. Ad esempio, quando sono con Mehldau, e provo a percorrere alcune innovazioni ritmiche, mi reno conto che lui riesce immediatamente a inglobarle e farle sue, perché ha una mente aperte, capisce l’importanza del ritmo.
Come procede il lavoro con il Fly trio con Mark Turner e Larry Grenadier? 
Molto bene, siamo particolarmente uniti. L’unica differenza con il mio è che non devo preoccuparmi che Lionel e Miguel siano felice e vada tutto bene.
Un aspetto importante della tua estetica è il rispetto per l’aspetto melodico, sia nell’improvvisazione che nella composizione. La melodia però ultimamente viene spesso messa da parte, in favore della tecnica e, specialmente dell’uso di pattern… 
E’ proprio vero, i pattern hanno fatto perdere il gusto melodico. Ma l’importanza di una melodia è che contiene l’essenza della storia, la narrazione di un racconto. Prima ancora della melodia c’è il suono primordiale, perché già una singola nota, con il suo suono, può dirti molto di una storia. Ma, come dicevo prima, considero il ritmo ancor più importante dell’aspetto melodico e armonico. Se melodia e armonia non vengono sorretto dal giusto ritmo, non sono pienamente realizzate....
(continua a leggere sul sito di Musica Jazz)

A questo link si può ascoltare il concerto dell'eccellente trio Ballard/Loueke/Zenon, registrato al Bimhuis di Amsterdam il 9 settembre 2011, pubblicato sul sito dell'emittente olandese Radio 6

Ed ecco un estratto del concerto del trio registrato al Jamboree Jazz Club di Barcellona il 14/5/2010:

Weekend all'insegna del jazz presso lo Spazio Vuoto

Lo Spazio Vuoto di Imperia apre la stagione con gli unici due appuntamenti con la musica, sabato 28 e domenica 29 gennaio 2012, rispettivamente con un concerto jazz per pianoforte e contrabbasso con Rosario Bonaccorso e Dado Moroni e con il Bo-Bo Duo, costituito da Fabrizio Bosso e Rosario Bonaccorso, sempre con un concerto jazz per tromba e contrabbasso; entrambe le serate prevedono due sessioni, una con inizio alle 20.15 e una alle 21.15. 
Era il 1982 quando per la prima volta Dado Moroni e Rosario Bonaccorso calcavano insieme un palcoscenico internazionale: era quello del Festival Jazz del Teatro Ciak di Milano, dove suonavano con due musicisti ‘consacrati’ come il trombettista svizzero Franco Ambrosetti e il batterista francese Daniel Humair. Da allora il loro rapporto artistico e le loro esperienze musicali si sono sviluppati su tanti fronti diversi ma i due hanno continuato a condividere importanti momenti musicali in compagnia di star americane del jazz come Billy Cobham, Benny Golson, Adrienne West, Jimmy Cobb, James Moody, Clark Terry, George Roberts, Winton Marsalis e molti altri, nonché con artisti che hanno fatto la storia del jazz italiano come Enrico Rava, Gianni Basso, Tullio De Piscopo, Roberto Gatto, e via dicendo. 
Il duo è contraddistinto da un forte legame umano e artistico unito a una perfetta sintonia musicale che proviene dall’amore per il jazz in tutte le sue forme e dalla conoscenza profonda delle radici della musica afroamericana, nonché dalla curiosità per lo sviluppo delle correnti più contemporanee che rendono il genere musicale sempre attuale. A trent’anni di distanza dal loro primo incontro artistico ufficiale, li ritroviamo ancora insieme per condividere un momento artistico che sarà una sintesi delle loro esperienze nel mondo del jazz. 
Ingredienti semplici: la tromba, il contrabbasso e quella magica forma di comunicazione che vige tra due strumenti fondamentali della musica jazz. La semplicità di un suono che racchiude molte avventure musicali e ancor più provocazioni, come la ricerca di certi confini tra la tradizione e la libertà espressiva del duo. Il progetto Bo-Bo, nato da un’idea di Rosario Bonaccorso, è la sintesi di un intenso connubio umano e musicale con Fabrizio Bosso; i due noti artisti italiani, pur conoscendosi e apprezzandosi reciprocamente da molti anni, hanno cominciato a collaborare da poco tempo incontrando come primo risultato straordinario una magica alchimia d’intenti. 
Tanti anni di esperienze musicali parallele legano i due artisti che si sono esibiti nei teatri di tutta Europa, in America e in Giappone, riportando consensi di critica e di pubblico. La musica del Bo-Bo Duo si sviluppa su tematiche originali e brani della tradizione del jazz, in un concerto dove le loro forti personalità musicali fondono melodia, creatività, energia, amore della tradizione e quella giusta dose d’ironia, che crea risultati imprevedibili… That’s Jazz!
(Fonte SanremoNews)


Il James Taylor Quartet torna in Italia per sei date

Acid jazz e funk sono gli elementi mescolati dal quartetto britannico capitanato dal popolare hammondista James Taylor, in Italia per promuovere l’ultimo album The Template, uscito nel 2011 per la Chin Chin Records. 
La formazione che ha scritto le pagine del jazz internazionale, ha recentemente festeggiato il suo venticinquesimo anno di attività con un cd che raccoglie la perfetta sintesi dell’esperienza sviluppata in tutti questi anni, unita a una sempre nuova voglia di innovarsi e stupire. 
Il tocco inconfondibile di Taylor, il gusto per le soluzioni armoniche e gli arrangiamenti vibranti rendono indimenticabile il groove del combo che mescola i migliori elementi della black music contemporanea. Un live trascinante che muove dalle sfumature del jazz per gli ascoltatori più raffinati, ai ritmi e agli accenti degli amanti del più animato funk. 

Ecco il dettaglio delle sei date: 
Venerdì 3 Febbraio - Sesto Calende Varese 
Sabato 4 Febbraio – Musik Park Bientina Pisa 
Sabato 11 Febbraio – Teatro Forma Bari 
Giovedì 1/2/3 Marzo – Blue Note Milano 

Ecco un estratto del concerto del James Taylor Quartet Live al Blue Note di Milano il 20-01-2011:

Michele Serra e Stefano Bollani a Genova

Sarà un evento da non perdere quello di cui si renderanno protagonisti Stefano Bollani e Michele Serra, il 31 gennaio e il 1 febbraio, alle ore 21 al Teatro Archivolto, a Genova. 
Sotto la guida di Giorgio Ghiglione, il musicista e lo scrittore saliranno per la prima volta insieme su un palco, in esclusiva per uno spettacolo intitolato Satirico Concerto che intreccerà parole e musica, satira e improvvisazione, racconti e suite di pianoforte per coinvolgere il pubblico in un happening creato apposta per Genova. 
«Affronteremo la satira utilizzando linguaggi diversi» spiega Giorgio Gallione, che aggiunge: «Si tratterà di un gioco teatrale, in cui si confronteranno due performer dal talento fuori dal comune e dalla spiccata personalità. Un divertissement a cui non mancheranno momenti più riflessivi e malinconici». 
Punto di partenza sono le pagine di Michele Serra tratte dalla rubrica Satira preventiva che appare settimanalmente sull’Espresso e dai libri Cerimonie (2002) e Breviario comico (2008 e 2011), che descrivono, con irresistibile umorismo, un popolo tenacemente attaccato alle proprie abitudini e faticosamente impegnato a sopravvivere alla crisi.
"Un'idea sadica di Gallione, se mai - dice Serra - Bollani è un animale da palcoscenico, è come mettere un pesce rosso nella sua boccia. Io mi sento il complesso di stare vicino alla star, ma in caso di catastrofe, da dilettante del palcoscenico quale sono, posso dire che è stata colpa sua."

Da febbraio grande jazz al Conservatorio di Torino

Se pronunci la parola Eastwood può venirti in mente quella sorta di figura chimerica di Clint, ma se ti piace il jazz puoi pensare anche a suo figlio. Kyle Eastwood. In realtà è un gioco di richiami. Kyle è l'autore delle colonne sonore dei film del padre (che si autodefinisce jazzista mancato) come Mystic River, Million Dollar Baby, Gran Torino e Invictus
Ha composto il suo quinto album - Songs from the Chateau - in un maniero quattrocentesco vicino Bordeaux. Un disco ispirato, per usare un aggettivo sobrio. Suona il basso e il basso elettrico e sono una decina d'anni che manca da Torino con la sua band composta da stelle della scena jazz britannica. Il concerto al Conservatorio di piazza Bodoni è in programma sabato 11 febbraio e gli intenditori lo stanno aspettando. E già ringraziano Linguaggi Jazz, consolidata rassegna torinese non nuova a colpi di questo genere. 
Nei primi mesi di questa edizione, iniziata lo scorso ottobre, si sono esibiti sul palco del Verdi artisti del calibro di Richard Galliano, John Surman, Dave Douglas, Franco D?Andrea, Paolo Fresu, Marco Tradito, Martin Mayes. E adesso si riparte con gli ultimi cinque concerti. 
Sabato 4 febbraio approda in città un gran personaggio: il batterista Aldo Romano. Settant'anni portati con la leggerezza di un ragazzino. Suonerà in trio con i francesi Sclavis e Texier con i quali lavora dal 1995. Prediligono le sonorità africane per ritrovare l'essenza più vera e profonda della musica afroamericana. 
Per capire la straordinarietà di Romano si può leggere la recente autobiografia di Enrico Rava (Incontri con musicisti straordinari. La storia del mio jazz - Feltrinelli). Genio e sregolatezza, capacità di adattamento a orari impossibili, trasferimenti giornalieri di centinaia di chilometri per raggiungere la città dove si esibirà. Ma su tutto la fama di Romano di inarrivabile tombeur de femmes. Episodi che Rava descrive con l'affetto che prova per un amico fraterno. 
Il 25 febbraio è la volta di Fabrizio Bosso e Luciano Biondini. Un duo dal forte contrasto di stili. Tanto è misurato il fisarmonicista Biondini, quanto è irruento il trombettista Bosso. Si tratta di due stelle del jazz nostrano, con il piemontese Bosso considerato una delle migliori trombe delle ultime generazioni. E sempre per restare in tema geografico, non possiamo non ricordare il concerto conclusivo della stagione con il torinesissimo Giorgio Li Calzi e la Tetrorchestra. Il 17 marzo suonerano con lui Roberto Checchetto, Alessandro Maiorino e Donato Stolfi. 
Citazione più che meritata, infine, per il ritorno a Torino del Rova Saxophone Quartet. Per rivedere il quartetto emerso nella San Francisco degli anni Settanta (in una contaminazione tra arti visuali, serialismo, free jazz e rock d'avanguardia) occorre attendere fino al 3 marzo.

Ecco un video della Kyle Eastwood Band registrato a Parigi il 18/05/11:

venerdì 27 gennaio 2012

Aldo Romano "Tribute to Don Cherry" su TSFJazz

Questa sera l'emittente radiofonica TSFJazz trasmetterà il concerto del trio del batterista Aldo Romano, che presenta il suo progetto Complete Communion to Don Cherry, in formazione con il contrabbassista Henri Texier e l'alto sassofonista Géraldine Laurent, registrato lo scorso 21 gennaio nell'ambito del Festival Jazz à Roland Garros.
Progetto stellare sia per organico che per intestatario questo lavoro di Aldo Romano dedicato al grande Don Cherry, musicista a tutto tondo prima ancora che strumentista. Il combo vede la partecipazione di Henri Texier al basso, colonna storica del jazz francese che come Aldo collaborò con Don e di Geraldine Laurent al sax alto. Un ponte generazionale che corrisponde anche ad una trasmissione di un messaggio culturale al di là del tempo a cui risalgono le composizioni citate. Il repertorio è recuperato da momenti di Coleman fine anni ’50 e di Don Cherry, con particolare rilievo a 'Complete Communion' e 'Art Deco' a testimoniare l’empatia musicale tra il musicista di oggi e l’eredità citata. Gli artisti non propongono una replica dei brani originali anche perché avrebbe avuto poco senso, ammesso e non concesso che fosse possibile, l’esecuzione è meno acida e spigolosa rispetto a quella di Cherry, i ritmi sono più legati e i timbri più moderni. L'influenza del free e dell’avant, che nel 1965 aveva marcato la performance del quartetto di Don, è qui presente ma integrata con un’onda lunga della tradizione che rende paradossalmente più attuale la proposta. 

Clicca qui per ascoltare il concerto, questa sera a partire dalle ore 21.

Ecco un estratto del concerto tratto da Jazz à la Villette 2011, con l'aggiunta di Fabrizio Bosso alla tromba:

Tea For 3 (Rava/Douglas/Cohen) live al North Sea Jazz Festival (Audio)

Un progetto speciale che vede tre trombettisti jazz di grande spessore come Dave Douglas, Enrico Rava e Avishai Cohen uniti insieme per dare vita a un appuntamento unico coadiuvati da uno dei massimi maestri del pianoforte contemporaneo, Uri Caine e da una sezione ritmica che prevede scintille, formata da Linda Oh al contrabbasso e Clarence Penn alla batteria.
Il gruppo interpreta composizioni originali scritte appositamente da Dave Douglas e classici standard jazz scelti dai trombettisti. Il risultato è puro jazz contemporaneo come non si era mai ascoltato prima, lirico, coinvolgente ed emozionante.
Dave Douglas, compositore, strumentista, educatore e organizzatore cresciuto nell’area metropolitana di New York è riconosciuto oggi da pubblico e critica come uno dei più importanti e originali musicisti ad emergere dalla scena musicale jazz e sperimentale degli ultimi decenni. 
Enrico Rava, da sempre impegnato nelle esperienze più diverse e più stimolanti, è apparso sulla scena jazzistica a metà degli anni sessanta, imponendosi rapidamente come uno dei più convincenti solisti del jazz europeo. La sua schiettezza umana e artistica lo pone al di fuori di ogni schema e ne fa un musicista rigoroso ma incurante delle convenzioni. La sua poetica immediatamente riconoscibile, la sua sonorità lirica e struggente sempre sorretta da una stupefacente freschezza d’ispirazione, risaltano fortemente in tutte le sue avventure musicali. 
Avishai Cohen è delle figure di spicco del jazz internazionale e uno dei musicisti più ricercati della sua generazione. Con radici nel bebop e nel post –bop, Avishai ricerca sempre direzioni nuove del jazz come improvvisatore, compositore e bandleader. Originario di Tel Aviv, inizia a suonare all’età di dieci anni.

Questa ottima formazione ha partecipato nello scorso mese di luglio, al celebre North Sea Jazz Festival. L'emittente radiofonica olandese Radio 6, ha pubblicato l'audio integrale del concerto che è possibile ascoltare visitando questo link.

Ecco un estratto del concerto al NSJF:

Ellery Eskelin Trio New York a Ferrara

Questa sera al Torrione San Giovanni di Ferrara, concerto del trio Trio New York del sassofonista Ellery Eskelin, con Gary Versace all'organo e Gerald Cleaver alla batteria.
Al centro della scena jazzistica di New York da oltre un ventennio, il sassofonista e compositore Ellery Eskelin inizia la sua avventura musicale negli anni ottanta alla guida di due storici trio: il primo con il bassista Drew Gress e il batterista Phil Haynes e successivamente quello con Joe Daley alla tuba e Arto Tuncboyaciyan alle percussioni. All'inizio degli anni '90 inizia la sua collaborazione con Joey Baron e Marc Ribot e parallelamente forma il trio che forse più di tutti lo lancia nell'olimpo degli improvvisatori newyorchesi, quello con il fisarmonicista Andrea Parkins e il batterista Jim Black. 
In anni più recenti si è impegnato in progetti estremamente variegati, passando dall'organ groove con Jack McDuff al jazz downtown con Marc Helias e Bobby Previte, al sound mediorientale di Rabih Abou-Khalil. 
Questo suo nuovo lavoro torna ad esplorare gli standards e il blues, con particolare riferimento allo stile dei trio-4et con l'organo di Gene Ammons. 
Lo accompagnano due giganti dei rispettivi strumenti, l'organista Gary Versace e il batterista Gerald Cleaver, entrambi musicisti che in più di un'occasione abbiamo avuto il piacere di ascoltare al torrione in svariate formazioni di marca statunitense.
Per informazioni: www.jazzclubferrara.com

Ecco il video di presentazione dell'album Trio New York:

Ritorna il concorso per musicisti "Time Out"

Dopo il riuscito debutto dell'anno scorso, ritorna "Time Out", il concorso musicale per partecipare alla programmazione del jazz club del festival internazionale Time in Jazz, ideato e diretto da Paolo Fresu a Berchidda, che dal 10 al 16 del prossimo agosto taglierà l'importante traguardo della sua venticinquesima edizione.
Formula e modalità di svolgimento del concorso sono quelle collaudate alla sua prima uscita: "Time Out" è aperto anche stavolta a musicisti e Dj, gruppi e progetti musicali di qualsiasi tipo, senza restrizioni di genere. Per partecipare alla selezione occorre inviare alla segreteria del festival (Time in Jazz - via Pietro Casu, 29/a - 07022 Berchidda – OT), entro il 30 maggio, un demo audio in formato digitale che contenga almeno quattro brani registrati per una durata totale minima di venti minuti. 
I materiali pervenuti verranno valutati dalla commissione artistica del concorso che, in base alla qualità di ciascun lavoro, selezionerà tre diversi progetti, ognuno dei quali avrà a disposizione una serata, tra il 12 e il 14 agosto, per esibirsi dal vivo a Berchidda, nello spazio jazz club del venticinquesimo festival Time in Jazz.
Il bando completo di "Time Out" è disponibile online all’indirizzo: www.timeinjazz.it

Intervista a Christian McBride

Sul sito IrockJazz è stata pubblicata una interessante intervista a Christian McBride che ha appena pubblicato due fantastici album, The Good Feeling con una big band e Conversations with Christian, una collezione di duetti che include Sting, Dee Dee Bridgewater, Chick Corea, Regina Carter, Roy Hargrove ed altri.

Ecco il testo dell'intervista: 
iRJ: You grew up in Philadelphia and your earlier influences were your dad and your great uncle. What was it like growing up in a musical family?
Christian: It was great. I got to hear all this wonderful music every day. I don’t think my childhood was unlike most other kids in the neighborhood because everyone was listening to good music. People were going out more. They were much more curious and the economy wasn’t as awful as it is now. People were able to go out and see more things at reasonable prices. All my friends were going to live concerts and museums. I just happen to have two musicians in the family. I was hearing them as well as all the great records in the house.
How do you define your own style and signature as an artist?
I’m not really aware of stuff like that. It’s the listener’s job to figure that out. I try not to get too comfortable. As an artist, it’s our job to express ourselves. I’ve never been conscious of what my style is. I just know that I like playing music that has a nice strong groove to it. Now groove means several things. When you say groove someone may automatically say funk. Or it might mean a jazz groove. Or, to someone else it might mean some sort of Latin or world beat. To me, groove is a very loose term describing something you can feel throughout your body, that’s rhythmic.
How do we keep jazz alive? What’s the best way to jump start this again?
That’s a topic that’s been up for discussion for a half century. People have been asking since the British invasion how we keep jazz alive and it’s never died nor will it ever. First of all, the music is too pure to ever go anywhere. It might not be popular in terms of mass media or mainstream attention, but I once heard someone say, do we want it to be mainstream or popular? Would I want to turn on TMZ and see Roy Hargrove? I like to see the jazz community have some really diehard fans. I would like it to be a better balance in terms of recognition. I think we’d all like that. In terms of music dying or needing a jumpstart, as long as we can pass the message to generations behind us, that’s how you keep it going. A lot of jazz fans want to keep it close to their heart, not wanting to pass it on to others. We have to pass the music on to younger generations instead of berating them. When I was 9 or 10 my great uncle never told me to stop listening to Michael Jackson, Prince, Earth Wind & Fire or whoever was hot at the time, he just said add it to your arsenal and learn from it.
There is a movement taking place to drop the name jazz and call it Black American Music (BAM). Do you think musicians should drop the jazz name?
Jazz is nothing but a terminology. BAM is a terminology. It’s just a phrase that’s been created for identification. Think about black people in general in this country. We’ve been called Negro, Colored, Black, Afro-American and now African American. Who decides these terms? Are they bad, good, or neutral? Or, are they just simply terms? Jazz has always been Black American music and musicians who play it no matter what culture they’ve come from need to understand that and I know deep down inside do understand that. To actually start calling it BAM is unrealistic. If you do that, then you’ll have to start calling hip hop Bam. We will have to change Soul music to Bam, Gospel music to BAM and Blues to BAM. Maybe we should drop all terminologies for all kinds of music? I believe musicians have already starting do that. Musicians are the ones to not see no genres or boundaries. I look at someone like Herbie Hancock who sees no boundaries and looks at music like this big palette with all these different colors. It doesn’t matter what people call it all you have to do is agree with it or not and move forward. Jazz has always been Black American music. I am not going to start calling it BAM because I know in my heart that it already is “BAM”. I just think it’s an incomplete strategy to call it BAM because the next generation is going to end up calling it something else and so will the next generation after that. Just like we call the black people of America it changes every generation.
What does it take for you to be successful? The perception is all artists are rich.
I feel sometimes so many musicians get off the path of staying honest and staying true to what led you to this music in the first place. I can give you two extremely different examples. Dianne Reeves and Diana Krall. Dianne Reeves is someone who has been a steady burning flame that keeps becoming a bigger legend year after year. She is quickly approaching “one name” status. She started out her career a very young lady singing a lot of background gigs. She sang with George Duke, Harry Belafonte, just doing a lot of pickup gigs. When she was trying to get her own career established, she’d take little dive gigs and getting better, acquiring more respect from her peers. She’s never been a marquee name to play at some place like the United Center, but she has that slow growing legacy and legend where she is quickly becoming this generation’s Ella Fitzgerald or Sarah Vaughn. Everyone knows she’s the best. I’ve always thought of that as a successful career, never looking to get famous but to get better at what she does. I take a look at someone like Diana Kralll, a woman who was almost completely unknown to people in the jazz world. She was doing real dive gigs, singing in hotel lobbies, and no one knew her name. I got to know her and saw she was really serious about her career. It wasn’t until her album Love Scenes in 1997 when she completely exploded. I’ve known Diana very well before she got famous and afterwards. When she got famous right away every singer in the world got insanely jealous. It’s not like she made herself famous, nor did she change to get popular. I admire her because she still stays who she is. What Diana became popular for is the same exact thing she was doing when no one knew who she was. The timing was such someone put money behind her and she got popular. A long answer to your question, there are a lot of singers out there, they all trying to find their voice. Just be true to who you are and stay with that vibe that brought you to it. Someone is going to notice you.
Jazz is not considered a lifestyle right now, but it is. However, it’s not hip hop. Why can’t jazz musicians figure out a way to monetize what you all do to make the money hip hoppers and rappers do?
Jazz is not the style of music you can figure out in the first head pounding beat. You have to spend some time and use your brain and not have ADD and let it seep in for a couple of minutes. Pop music (hip hop and rock & roll) in the last 20 years has gotten louder and louder and shorter and shorter. Jazz has never been that way, it has so many possibilities. You actually have to sit and think about it. To feel it, you have to stick with it for a minute. If you get a billionaire to say they really love jazz and create a movement to say jazz is cool, it would be cool overnight. We need money pumped behind jazz in order to create a lifestyle because that’s what happened in hip hop. Not sure if we want that lifestyle created in jazz, because once it’s created, you are now under pressure to stick with that.
Russ Malone believes there’s racism when it comes to music. What do you think? How does that happen?
I wish I could remember who said this, but they said something like “It’s only natural that people are more in tune with people who look like them.” In a way white jazz musicians have been treated like white heavyweights. It’s like the phrase “The great white hope”. In boxing when a white contender comes along, you can feel people going finally, somebody to breakup all this brownness I think in many ways that has happened in the jazz world. I do not blame the musicians at all. Needless to say there have been a lot of brilliant white musicians who understood and accepted the fact that this music comes from Black culture and they realize to play this music with the right feeling is necessary. People like Stan Getz, Benny Goodman, and Dave Brubeck understood that and they’ve played some of the best music ever made in this genre. At the same time, those musicians have always been much more popular than their Black American peers. Why is that? Was Stan Getz that much better than Sonny Rollins or Coltrane? Was Dave Brubeck that much better than Thelonious Monk or Bud Powell? So, why have they been so much more immensely popular than all of their Black peers? That’s the question I have a feeling the people who helped make them famous wouldn’t dare answer.
How do you manage it all being a composer, bandleader, educator and musician?
My day is always an exercise in business arrhythmia. Between emails, calls, correspondence, flights, gigs and rehearsals, it can all be a jumbled mess every now and then. It’s all fun. I rarely get frustrated about anything.

Ecco il video di Afrika, con la cantante Angelique Kidjo, tratto dall'album Conversations with Christian: