sabato 22 settembre 2012

REPLAY: Hot Jazz e Guerra Fredda nella Mumbai degli anni '50

(Pubblicato originariamente il 4 novembre 2011)
Sul blog India Ink del quotidiano New York Times è apparso un bell'articolo di Naresh Fernandes, autore di una presentazione audiovisuale che spiega come il Dipartimento di Stato Americano e la Cia usarono il jazz nel tentativo di conquistare i cuori e le menti dei cittadini delle nuove nazioni indipendenti in Asia e Africa, particolarmente in India.


Ecco un estratto di questo interessante racconto storico:
"Una sera nel 1958, il pianista Dave Brubeck e il suo quartetto erano riuniti nella casa di un industriale di Mumbai amante del jazz, per fare una chiacchierata con un gruppo di musicisti indiani guidati dal maestro di sitar, Abdul Halim Jaffer Khan. Successivamente essi presero gli strumenti e misero in pratica le loro nuove conoscenze. 
Come in seguito dirà il pianista, la jam-session con Mr. Khan cambiò il modo in cui ha affrontato la sua arte. "La sua influenza mi ha fatto suonare in modo diverso", disse Brubeck al Jazz Journal International. "Benchè le scale, le melodie e le armonie indù siano diverse, ci siamo capiti ... Le origini della musica popolare non sono così distanti in tutto il mondo."
Oltre 50 anni dopo del tour di Brubeck in India, i fan a Rajkot e Chennai, Hyderabad e Calcutta, hanno ancora caldi ricordi dei concerti del quartetto. Ma oltre alla magia della musica, essi ancora ricordano con affetto Brubeck, il sassofonista Paul Desmond, il batterista Joe Morello e il bassista Eugene Wright che giravano per le città, suonando con le band locali e chiacchierando con i fan indiani. Questo era esattamente quello che il Dipartimento di Stato americano sperava di ottenere quando iniziò a mettere le band di jazz "on the road" nel 1956.
Nel mese di agosto di quell'anno, mentre la Guerra Fredda stava diventando più gelida, il Congresso degli Stati Uniti stanziò dei fondi per un "Programma Internazionale Speciale del Presidente", una iniziativa che mirava a mostrare la superiorità del modo di vita americano al mondo,  in particolare nelle nazioni di recente indipendenza dell'Asia e l'Africa. Il jazz divenne rapidamente il fulcro del programma. Il jazz, dopo tutto, era l'unica forma d'arte che realmente gli Stati Uniti potessero vantare.
Cosa altrettanto importante, era una forma d'arte essenzialmente afro-americana. In un'epoca in cui molte persone di questi nuovi stati furono sconvolte dalle notizie sulla segregazione subita dagli afro-americani negli stati meridionali degli Stati Uniti, mettere il jazz in primo piano avrebbe dato a Washington la possibilità di far finta che questa discriminazione non fosse così dura come alcuni immaginavano.
Intervistato lo scorso anno su quel viaggio in India, il 90enne Brubeck, aveva ricordi comprensibilmente confusi. Ma aveva una memoria forte. Il pianoforte che avrebbe dovuto usare per i suoi concerti a Mumbai si era deformato a causa del calore tropicale, così andò in un negozio di musica e provò diversi strumenti. Finalmente trovò un Bosendorfer che era di suo gradimento.
Improvvisamente, "diversi portatori entrarono nel negozio, si misero il pianoforte sulle spalle e lo portarono per le strade fino alla sala da concerti. Dovettero marciare a ritmo perfetto perché un passo falso avrebbe potuto causare la caduta dello strumento che probabilmente si sarebbe schiantato al suolo."
Lo strumento sostitutivo non limitò il suo stile. Il critico musicale del Times of India fu tra coloro che non riuscirono a contenere il suo apprezzamento per il concerto di Brubeck all'Eros Theatre del 4 aprile 1958. "Un pianista straordinario", riferì la recensione del giornale, "se non avete ancora sentito suonare questo gruppo fantastico, rubate il biglietto del vostro vicino, se necessario, ma andate ad ascoltarlo. Se lo avete già sentito, andate di nuovo. Ha il dono inestimabile di essere in grado di tirar fuori l'energia anche dagli snob musicali - e ce ne sono tanti in questa grande città ".
Nel corso degli anni successivi, altri grandi del jazz seguirono Brubeck in India. Nel 1959, il grande trombonista Dixieland, Jack Teagarden fu spedito in prima linea nella battaglia per i cuori e le menti. Nel 1960, Mumbai accolse con favore il trombettista Herbie "Red" Nichols.
Nichols aveva registrato prolificamente sino dal 1920, ma aveva raggiunto la fama mondiale solo nel 1959 con l'uscita di "The Five Pennies", un film semi-biografico con Danny Kaye.
Nel 1963, gli americani schierarono uno dei musicisti più importanti del loro arsenale, l'affascinante Edward Kennedy "Duke" Ellington. Molti dei sidemen di Ellington erano a loro volta delle stelle, così non fu una sorpresa quando furono assaliti dai cacciatori di autografi non appena arrivati a Mumbai.
Ellington fu sistemato in una suite del Taj Mahal Hotel di fronte al Mar Arabico. Poco dopo il suo arrivo, suonò per il servizio in camera e chiese al cameriere quale cibo fosse disponibile. "Iniziai a chiedere i miei piatti preferiti, ma lui rispondeva ad ogni richiesta scuotendo la testa da lato a lato," scrisse Ellington nelle sue memorie. "Anche se ero proprio qui sul mare, lui scosse di nuovo la testa anche quando chiesi il pesce. Non conoscendo niente di meglio, finii per mangiare l'agnello al curry per quattro giorni, dopo di che scoprii che scuotere la testa da lato a lato significa 'Sì'".
Come il 64enne Duke realizzò, lo scambio culturale è sempre stato un affare complicato."

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