lunedì 7 novembre 2011

Don Byron a Salerno

Questa sera, alle ore 21, presso il Modo Ristorante a Salerno, concerto del clarinettista Don Byron, il quale si presenterà in quartetto con  il pianista venezuelano Edward Simon, unitamente ad un pezzo storico della ritmica internazionale, Cameron Brown, uno dei migliori contrabbassisti della vecchia generazione e John Betsch alla batteria. Il concerto sarà aperto dai "Four Smooth", una giovane formazione composta da Lucio D'Amato  al piano & clavia nord stage, Giampiero Genovese al sax contralto, Giacomo Buffa al basso elettrico e Carlo Salentino alla batteria. Una performance che sarà anticipata nel pomeriggio, intorno alle ore 17, da un incontro tra gli studenti del Martucci ed il quartetto di Don Byron, per una lezione-confronto sulla letteratura e l’arrangiamento per questa piccolo gruppo, pietra miliare della storia del jazz. 
Gli allievi del triennio di musica jazz ed extra-colta, unitamente alla sempre più numerosa e attenta platea del Modo, si troveranno di fronte ad un clarinettista, quale è Don Byron, attivissimo nel realizzare lavori che da omaggi ai grandi musicisti del passato, si trasformano in universi sonori alternativi, nei quali la virtuosistica riproposizione dei linguaggi solistici originali si fonde con l’ideazione creativa. Il rischio, che per uno strumento classico quale è il clarinetto è sempre dietro l’angolo, è quello di depotenziare la qualità individuale, personalizzata, dell’espressione solistica, proprio nel momento in cui ne viene esaltato il “concetto”. Ma le esibizioni di Byron vanno oltre, divenendo delle vere e proprie meta-narrazioni, tanto care al gusto postmoderno, alludendo quasi al concetto di simulacro, che apparentemente è quanto di più estraneo alla prassi jazzistica. Infatti, dal momento che i simulacri rappresentano un surrogato di esperienza pratica o artistica, da un lato essi risultano indistinguibili dall’originale, dall’altro sono realizzati in modo tale da nascondere quasi perfettamente ogni traccia dell’ origine, dei processi di lavorazione che li hanno prodotti, o delle relazioni sociali implicate dalla loro produzione. 
Don Byron, con il suo stile caratterizzato da un dominante eclettismo musicale, capace di spaziare tra i diversi generi connessi alla diaspora africana, come il reggae caraibico, la rumba, l’hip hop, il funky, fino ad arrivare alla musica classica e al klezmer, ci farà trovare di fronte ad una sorta di immaginaria colonna sonora, una specie di ricostruzione di qualcosa che non può essere ricostruito: i suoni, le voci, le vibrazioni di luoghi che si intrecciano in un viaggio in soggettiva che ci porta tra case e locali dove si parlano idiomi, incrostati delle lingue abbandonate in patria, simbolo di un esercizio di stile ma, soprattutto, di una riflessione su di un “passato” del nuovo jazz. Un quartetto questo di Don Byron che offrirà ancora una volta l’idea del melting pot culturale, ma a suo modo classica, ricca di elementi musicali “alti”, come ci si attende da un clarinetto, una fotografia sonora immaginaria che ben focalizza il contenuto del crogiuolo statunitense composto da tutte le sue infinite e creative minoranze.

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