mercoledì 12 settembre 2012

REPLAY: Wayne Shorter, il jazz concettuale non riscalda

(Pubblicato originariamente il 19 ottobre 2011)
Sul sito del quotidiano Il Manifesto è stato pubblicato un articolo di Giampiero Cane con una serie di giudizi molto severi nei riguardi sia del concerto che il Wayne Shorter Quartet ha tenuto a Reggio Emilia, sia in generale sulla storia musicale del grande sassofonista che a detta del giornalista risulterebbe molto sopravvalutata, rispetto al suo effettivo valore.
Premesso che non concordo con la maggior parte delle critiche rivolte a Shorter nell'articolo, ho deciso comunque di pubblicarlo perché contiene un punto di vista interessante anche se ripeto, a mio modestissimo parere, in gran parte non condivisibile.


La rapida tournée del Wayne Shorter Quartet, iniziata a Bari e conclusa ieri sera a Roma, dopo un passaggio a Reggio Emilia, ha dato la possibilità di ascoltare l'ensemble di uno strumentista che per varie ragioni è da anni considerato musicista di prestigio nell'insieme del jazz moderno, anche se certo non più sulla cresta dell'onda. Del resto, poiché in agosto compirà 79 anni, non c'è da aspettarsi che da lui possa venire una qualche ulteriore spinta al rinnovamento di una musica che da anni appare stanca, sfessata alquanto e povera di idee.
Fino a quando non cominciò a farsi riconoscere in una competenza musicale più approfondita e complessa, collaborando con Miles Davis, Wayne Shorter quando fiorì, sulla metà degli anni Cinquanta, lo fece nel quadro degli strumentisti di stile hard bop; Horace Silver, Art Blakey, quindi i Jazz Messangers, e la discografica Blue Note fecero la sua fortuna iniziale, quella che probabilmente significò l'inizio della collaborazione con Davis nel '64, protrattasi fino al '70, con approdo, un anno dopo nei Weather Report, di Zawinul, Vitous e Pastorius.
Nella sua Autobiografia, naturalmente scritta da un altro, Davis lo ricorda come il musicista «capace di concettualizzare» le idee musicali che nascevano nell'ensemble (nel libro si legge «tutte le nostre idee musicali», forse un plurale maiestatis), ma ciò fa sospettare più abilità di assorbente capace di trascrivere che non genio inventivo. 
Personalmente non direi che si proietti verso un futuro di grandi meriti l'immagine di un musicista che, standosene in tanta compagnia, quando se n'esce lo fa per collaborare con showmen/women quali Joni Mitchell, Carlo Santana, Milton Nascimento e Pino Daniele.
Ma già con Miles, in quegli anni, Shorter viveva nell'ala imprenditoriale del mondo jazzistico. Qui, lo schifo dichiarato per la musica borghese produceva un jazz hollywoodian-turistico secondo soltanto al folk revival o al piattume della terza strada, patetico luogo teorico d'incontro tra una musica che ha la sua virtù nella performance, nell'ipotetico rispecchiamento della situazione, e una che, composta, a buon diritto o no vuole essere testo. Probabilmente il passaggio a qualcosa di ancor meno significativo di quel ch'era il mondo davisiano ha luogo in occasione di In a Silent Way, il primo degli lp in direzione esotic-edonistic-onanistica del trombettista di Alton; ma certo il passaggio non dà luogo a una grande creatività di compositore. Solo lentamente affiora e s'impone alla veduta d'insieme questa prospettiva che è quella che oggi appare con maggiore evidenza.
Nella musica del Wayne Shorter Quartet che abbiamo ascoltato a Reggio Emilia non c'era nulla di rilievo che fosse improvvisato, ma, ancor più, nel solismo nulla che simulasse l'improvvisazione: non frasi rutilanti, non la coazione a ripetere, non i vuoti riempiti da luoghi comuni, anzi un totale distacco del solista dai suoi inizi, quanto alle registrazioni almeno, coltraniani. Anzi frammenti pausati, nuclei chiusi in due battute, presenza prevalente del registro medio: una tensione tutta mentale, all'apparenza mai sciolta coi semplici strumenti della gestualità.
Il Valli di Reggio Emilia è un teatro che potrà accogliere un migliaio di persone al massimo. Non era pieno, ma soprattutto non pare il concerto avesse attratto pubblico da altre province, se non le limitrofe. A questa relativa indifferenza ci si riferiva sopra, dicendo il jazz musica «sfessata». 
Il quartetto, con John Patitucci al contrabbasso, Brian Blade alla batteria e Danilo Perez al pianoforte, non è male, anche se l'amplificazione è prepotente in maniera ridicola. Sei in un teatro acusticamente ottimo, nel quale dal palcoscenico sentiresti un sospiro. Ma no! I jazzisti (forse anche i jazzofili) vogliono avvilire la qualità sonora, favorendo la quantità. È un artificiale «premio di maggioranza» che ti fa guardare verso una fonte che non c'è, ma che ti dà grandi voci, distorte e a svantaggio di chi strepita meno. In questo senso il pianoforte, qui in diretta sull'amplificazione, diventava un nulla carioca, anche se qua e là esponeva un po' di minimalismo ben articolato, di ottimo equilibrio.

17 commenti:

  1. Dissento completamente dai giudizi, salvo quelli relativi al concerto al quale non ho partecipato. Risibile poi il confronto sulle (cattive ?) compagnie frequentate da Shorter. Anche Miles ne ha frequentate molte (una su tutte, Zucchero)e la storia del jazz ne è piena (ultima quella che vede Marsalis con Clapton). Shorter l'ho visto la scorsa estate a Milano con lo stesso quartetto; la mia impressione è che stia continuando a scandagliare strade dissetate e poco battute, insomma, per me è ancora creativo a dispetto dell'età. I risultati non possono poi essere sempre a livello di eccellenza ma il quartetto è una delle proposte più intriganti che si possono ascoltare oggi, come raccontato da molti altri commenti in rete.

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  2. Mah, Giampiero Cane è così, da sempre. La sua opinione coincide con la verità assoluta. Se una cosa non piace a lui, ergo è robaccia senza valore. Bianco o nero, senza vie di mezzo.
    Anche a rischio di giudizi che si sfracellano contro il ridicolo, come qui quello su "In A Silent Way".
    Con questo non voglio dire che non sia una persona colta e intelligente, tutt'altro.

    A proposito, complimenti per il blog.

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  3. Concordo pienamente.
    Aggiungo che si farebbe un gran torto a Shorter non considerare la sua grandezza come autore.
    Pezzi come Footprints, Masquelero, Nefertiti, Juju ecc. sono dei capolavori assoluti che da soli basterebbero a far considerare leggendaria la sua carriera.
    Concordo sul fatto che la musica di Shorter negli anni '70 e '80 sia stata molto deludente, ma ritengo che con l'ultima formazione abbia ripreso un discorso di alto livello.

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  4. Non conosco questo giornalista, ma vedo una strana tendenza nella critica jazz, cioè quella di spararsi sempre sui piedi.
    Sento sempre parlare del jazz come "di una musica che da anni appare stanca, sfessata alquanto e povera di idee." e non capisco per quale motivo.
    Vedo invece in giro per il mondo un movimento molto in salute, con ottimi musicisti e tanta bella musica, purtroppo vergognosamente ignorato dai principali media italiani.
    La critica jazz invece di aiutare il movimento continua a dare addosso alla nostra musica in maniera inaudita.
    Non vedo la stessa cattiveria nei giornalisti di musica pop o rock che a qualsiasi schifezza partorita delle varie Laure Pausini o dei vari Jovanotti parlano sempre di "capolavori"

    ....e grazie per i complimenti!

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  5. Cane è uno dei decani (scusa il bisticcio) della critica jazz italiana, uno dei primi a occupare una cattedra di jazz all'università, al DAMS, oltre trent'anni fa. Ma è anche un uomo incapace di venire a patti con se stesso, forse un po' troppo convinto della propria infallibilità.
    Quanto alla critica jazz, purtroppo ha vari difetti: l'elitismo, il dilettantismo (sì, entrambi: nel senso che c'è tanta incompetenza, unita alla tendenza ad arroccarsi nella torre d'avorio), la litigiosità, una bella dose di spocchia.
    Purtroppo, più piccolo è il pollaio, più permalosi sono i polli.

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  6. le opinioni sono tutte rispettabili. da fastidio invece il livore con cui vengono espresse. l'impressione che il testo mi suggerisce è quella di una persona che si sente tradita dal jazz come l'ha in testa lui e che non si pone limiti nello sferzare, usando termini a dir poco offensivi, se applicati a persone di tale livello.
    se dovessi scegliere un esempio del "critico = musicista fallito e frustrato" questo testo sarebbe perfetto.

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    1. Ecco un esempio chiaro di cosa intendo per impostazione critica ideologica su cui insisto ormai da tempo.
      MI basta questa frase: "Personalmente non direi che si proietti verso un futuro di grandi meriti l'immagine di un musicista che, standosene in tanta compagnia, quando se n'esce lo fa per collaborare con showmen/women quali Joni Mitchell, Carlo Santana, Milton Nascimento e Pino Daniele".

      Checché ne dica Cane, Wayne Shorter è semplicemente un genio, uno dei massimi compositori del jazz moderno, assieme a Silver, Golson, Monk e pochi altri. Uno strumentista e improvvisatore eccelso, grandissimo sopranista. Le sue composizioni e il suo suono sono riconoscibili in poche battute.

      il problema è che questo signore ha fatto scuola da noi.
      Non conosco nulla di più conservatore e "vecchio" dell'impostazione di Gampiero Cane in materia jazzistica ed è a mio avviso un esempio di come in questo paese sia difficile operare un serio rinnovamento a tutti i livelli e in tutti i settori.
      L'unica cosa per la quale sono d'accordo è che non ci si può aspettare rinnovamento da un settantenne. Peccato che lo stesso ragionamento e trattamento critico non sia fatto per tutti quei settantenni (ma anch i sessantenni....) sulla scena che magari garbano a Cane, ma l'impressione è sempre che il pre-giudizio venga prima dell'ascolto, il che è semplicemente inaccettabile.

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    2. E' difficile commentare un testo del genere. Chi parla di livore ha perfettamente ragione, ma è un livore che, ahimé, riflette piuttosto una sorta di fallimento critico autocertificato. Sì, certo, ogni opinione è (più o meno) lecita, ma sorvolare sul contributo compositivo di Shorter fa un po' sorridere, come fanno sorridere le tirate,un po' vane, di sapore generazional-paraideologico. prendersela, poi, con la "tensione tutta mentale", è risibile. C'è un sottofondo snobistico di sapore rétro e che, a ben vedere tra le righe, cela a malapena una sorta di razzismo.

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    3. Shorter ha un book di composizioni favoloso e non mi riferisco solo al periodo Blue Note o di Miles. Nei Weather Report, formazione mai abbastanza lodata nel contesto anni '70, ha scritto brani bellissimi come Palladium, Harlequin, Elegant People, Mysterious Traveller, Blackthorn Rose, Plaza Real,The face on the barroom floor (recentemente rispolverato dal duo Branford Marsalis/Calderazzo).
      Vorrei ricordare che i pianisti Kirk Lightsey e Harold Danko hanno fatto un disco tutto sulle sue splendide composizioni dal titolo "Shorter by two" molto bello e che sia un compositore Jazz di livello assoluto sono i musicisti stessi a dichiararlo in musica e nel rispetto che dimostrano per lui.
      Quanto alla collaborazione con Nascimento, il disco "Native Dancer", ad esempio non è poi così male, anzi, e ci sono anche qui sue composizioni magnifiche come "Ana Maria", non a caso ripreso dal duo Lightsey/Danko nel book da loro proposto.
      Ripeto, il problema è che per molti, vengono prima le proprie idee sulla musica, rispetto alla musica che si ascolta (o si dovrebbe ascoltare), quando dovrebbe essere come minimo il contrario. Non per altro, ma almeno si evita di risultare patetici.

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    4. Il problema è se vale la pena di dibattere su questi temi. Cane ha le sue idee (a mio parere del tutto lunari, sin dai tempi di GONG, quando credo paventasse persino una "collaborazione" ideologica di Ellington con la CIA: ogni linguaggio ha il suo Giulietto Chiesa...) e sono, peraltro, (più o meno) ben conosciute. E' vero che la critica musicale ormai conosce le più amabili divagazioni (come la critica "gender": mi ricordo un seriosissimo articolo di una studiosa americana sull'omosessualità evidente nella musica di Schubert), all'insegna del "non è bello ciò che che è bello, ma ciò che è bello, che è bello, che è bello" (o qualcosa del genere), per cui anche le doti più evidenti possono essere rese come qualcosa di perverso, al servizio di non si sa bene quali "oscuri Signori dell'Universo" (scusate la citazione da "Howard il papero", ma qui s'intona). D'altronde, come ha messo in evidenza Loopdimare, se ci si lascia andare ad una prosa da Jack Kerouac in salsa emiliana per lamentare l'assenza di frasi rutilanti, della coazione a ripetere (a' Giampiè, ma che stai a dì...) e dei vuoti riempiti da luoghi comuni, vieppiù aggravati da una "tensione tutta mentale" (insomma, Shorter, da buon compositore, ha persino la pretesa di pensare...) da parte di un componente dell'ala imprenditoriale del jazz (a' Giampiè, ma che stai a dì, lasciando perdere il commento, da cronaca di colore, sulla "direzione esotic-edonistic-onanistica" di Davis), non resta molto da commentare. Il fatto è che Cane, persona per il resto amabilmente ironica e tutt'altro che stupida, è convinto di combattere, per quanto fuori tempo, una battaglia d'avanguardia (al cui confronto, l'ideologia delle avanguardie di Darmstadt pare roba fresca): invece è pura, retriva, conservatrice, reazionaria retroguardia in cui, senza andare troppo per il sottile, si accusano gli artisti africano-americani di avere tradito la loro causa (in realtà, la causa di Cane, che, credo, i musicisti africano-americani ignorassero bellamente) in favore del capitalismo e compagnia cantando. Tutto legittimo, per carità, e in realtà inoppugnabile, perché è sempre inoppugnabile la verità di chi pretende di adattare il mondo alla propria visione e non viceversa. Dal be bop in poi, insomma, il jazz avrebbe potuto avere una valenza rivoluzionaria, la musica-proiettile contro il sistema: traditori come Davis e Shorter, alleati (non si sa quanto coscienti) del capitalismo bianco (e di tutti i suoi succedanei), avrebbero o hanno svenduto gli aneliti della loro gente, castrando gli empiti di lotta del free (come avrebbe dovuto essere e come, naturalmente, non fu). Un'"Alba Rossa" di John Milius alla rovescia, insomma... Cane è il più diretto discendente del Barone di Munchausen.

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  7. D'accordissimo con tutti voi. Credo che chiunque sia in grado di formulare una frase come "Ma già con Miles, in quegli anni, Shorter viveva nell'ala imprenditoriale del mondo jazzistico." senza mettersi a ridere andrebbe interdetto.

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  8. direi che citare Pino Daniele è una carognata pura, visto che l'unico contributo dei due è un brano di Bella mbriana dell'82!
    nel pieno delle sparate credo che sia passata via senza farsi notare una notazione sull'improvvisazione, che meriterebbe una riflessione seria: "non c'era nulla di rilievo che fosse improvvisato, ma, ancor più, nel solismo nulla che simulasse l'improvvisazione: non frasi rutilanti, non la coazione a ripetere, non i vuoti riempiti da luoghi comuni". il concetto di improvvisazione (assolutamente non spiegato) in contrasto con la "simulazione d'improvvisazione". sarebbe interessante capire da Cane, chi siano i veri improvvisatori e chi i simulatori, ovvero quelli che coabitano con frasi rutilanti, con la coazione a ripetere e con i vuoti riempiti da luoghi comuni.
    quanto ai musicisti che piacciono a Cane, sarei curioso di sapere quali siano. e non userei questa sua sparata come dimostrazione di quanto la critica italiana sia scadente, visto che di solito viene accusata di eccesso di buonismo, mentre qui di buonismo (e nemmeno di buono) non c'è nulla.

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    1. se non erro i brani sono due e non uno in quel disco e peraltro Shorter suona benissimo anche in quelli.
      Per il resto leggi qualche libro di Cane e saprai tutto.

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    2. confermo i brani sono "Io vivo come te" e "Toledo" tutto strumentale. Per essere una marchetta Shorter suona da par suo in poche battute.

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  9. non ho intenzione di buttare via soldi e tempo per leggere i libri di Cane. rimarrò senza risposta (anche se un'idea ce l'ho...)

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  10. Premetto che non ho mai visto live Wayne Shorter ma aspetto con gioia la sua esibizione di novembre a Bs. Ma definire edonistico e onanistico In a silent way mi sembra come minimo bizzarro. Quanto all'importanza che WS ha nel jazz chiederei qualcosa a Dave Douglas e Joe Lovano che a lui si sono ispirati per il loro ultimo eccellente lavoro. E' possibile che non tutto di WS sia all'altezza della sua straordinaria carriera. Ma si sa, nessuno è infallibile. A parte i critici jazz naturalmente. Fabio

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  11. Che bello, per la prima volta siamo tutti d'accordo :-)

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