lunedì 3 ottobre 2011

Miles Davis l'eretico: non chiamatelo solo jazz

Sul sito dell'Unità è stato pubblicato un bel articolo di Giordano Montecchi dedicato anche questo all'anniversario della scomparsa di Miles Davis:
"Miles - con certi tipi basta il nome - non ha cambiato il jazz, cosa che forse non gli interessava neppure, convinto com’era che l’etichetta "jazz" fosse stata coniata per segregare una musica troppo invadente. È proprio questo il cuore della sua opera: nessuno - nessuno! - come lui è stato più determinato e geniale nel disintegrare quel recinto. Ciò che Miles Davis ha cambiato è la nostra concezione della musica e dei generi musicali, riscrivendone le mappe e il lessico, costringendoci a cestinare certe parole e a inventarne altre. 
I ritornelli della critica e degli appassionati del «vero jazz» all’indirizzo di Davis avevano un che di stantio: «Questo non è più jazz» si sentiva dire; «Davis si è venduto alle logiche del successo ad ogni costo, fa musica commerciale, fa il divo come una popstar». Col passar degli anni, questa deriva sembrò confermata dal suo franare di strumentista che, si diceva, non ha più nulla da dire, è l’ombra di se stesso: di quel ventenne mingherlino che appena finita la guerra aveva lasciato tutti a bocca aperta quando a fianco di Charlie Parker suonava la metà delle note degli altri, un’altra metà le sporcava, eppure i suoi assoli, il suo suono tagliente e senza vibrato (sposatosi presto con quella prediletta sordina Harmon che lo rese inconfondibile) erano del tutto speciali. Già da allora un Davis pre-minimalista diradava le note con silenzi spaziosi dove frammenti melodici, a volte balbettii, delineavano un discorso che a tratti svaniva ma di cui intuivi tutto al volo. 
Le vestali della tradizione avevano perfettamente ragione: alla fine quello di Davis non era più jazz, e Miles voleva davvero conquistare un più vasto pubblico. Inoltre, con l’andar del tempo, gli fu sempre più chiaro che i suoi obiettivi di musicista erano diversi e più importanti rispetto all’inanellare un bell’assolo di tromba. L’arte di Davis, la sua centralità storica si sintetizza proprio nel suo essere riuscito a capovolgere quelle che volevano essere stroncature in altrettanti elogi di una diversa concezione del fare musica. Lui, orgogliosamente nero, fu sempre in tresca con schiere di musicisti bianchi, da Gil Evans a Chick Corea e dozzine di altri che gli furono a fianco nelle sue svolte più decisive: «I’m hiring a motherfucker to play, not for what color he is»: se assumo un figlio di puttana, rispondeva, è per come suona non per il suo colore."

Continua a leggere l'articolo sul sito dell'Unità. 

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