martedì 11 ottobre 2011

Intervista a Martial Solal

Sul sito del Il Sole 24ore è stata pubblicata una bella intervista di Franco Fayenz al grande pianista Martial Solal

Ho parlato spesso con lui, perché ha idee molto chiare e le sa esporre con altrettanta chiarezza. 
Al contrario, la fase attuale della musica afro-americana si presenta piuttosto confusa, e quindi è il momento giusto per un nuovo colloquio. Capisco subito che ha intenzione di raccontarmi la «storia autentica» – così dice – della sua carriera: ma mi va bene lo stesso, in quanto so che coincide più o meno con la storia del jazz moderno europeo. Prima però tento di spiazzarlo con un quesito che ritengo fondamentale e che non gli ho mai posto. Molti pensano che il jazz, musica del Ventesimo secolo, sia finito con il "suo" secolo: altri invece (e mi metto fra questi) ritengono semplicemente che abbia cambiato casa, avendo trovato in Europa il suo principale centro di produzione. 
È Solal, invece, che mi sorprende. «No» risponde. «Il jazz è musica americana senza altri aggettivi. È cosa loro. Così sosteneva anche un grande maestro come Lennie Tristano, e mi sono convinto che aveva ragione. Quando sono andato per la prima volta in tour negli Stati Uniti (nel 1963: aveva 36 anni, ndr) il pubblico mi ascoltava con curiosità perché, pur essendo europeo, sapevo suonare "il jazz americano". Lo chiamavano così, la parola e l'aggettivo erano per loro inscindibili, e oggi non è cambiato nulla». Pronunciate da Solal, queste parole fanno impressione. 
Mi dò per vinto e gli faccio la domanda che desidera o pressappoco: se, quand'era ragazzino, ha cominciato a suonare il pianoforte pensando al jazz, o se invece era stato avviato allo studio della musica che chiamiamo classica. 
«Ho cominciato a mettere le mani sulla tastiera a cinque anni per divertirmi, approfittando di un pianoforte che avevamo in casa. A sette anni ho preso le prime lezioni. A quattordici suonavo ancora abbastanza male, ma ho sentito per la prima volta il jazz ed è stata la rivelazione. Trascorsi altri due o tre anni, mi sono detto che non avrei mai fatto del jazz per davvero se non avessi imparato perfettamente la tecnica del pianoforte. Quindi ho continuato a lavorare soltanto per il jazz. Non ho conseguito il diploma, ma ho studiato per tante ore ogni giorno con una specie di frenesia. Ascoltavo soprattutto Fats Waller, Art Tatum e Lionel Hampton. Ricordo un disco di Hampton nel quale i pianisti erano due, lui e un altro, ma io credevo che fosse soltanto Hampton a fare tutte quelle note, e suonavo come un pazzo per riuscirci». 
Racconta di aver esordito in pubblico ad Algeri con un pluristrumentista di jazz che prediligeva il clarinetto ed era un buon direttore d'orchestra (non ne dice il nome). Collabora con lui per due o tre anni, poi nel 1950 parte per Parigi mentre il jazz francese è dominato dalla figura del chitarrista gitano Django Reinhardt, approdato ai massimi livelli solistici della musica americana per vie tuttora misteriose.... 

Continua a leggere l'intervista sul sito de Il Sole 24ore.

Ed ecco uno straordinario medley dal vivo di The Last Time I Saw Paris, Body & Soul e Begin the Beguin, del trio di Solal, con François Moutin al basso e Louis Moutin alla batteria, registrato al 21° Internationale Jazzfestival Viersen 2007 in Germania

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