giovedì 13 settembre 2012

REPLAY: Di Miles Davis e dell’uscire dagli schemi

(Pubblicato originariamente il 20 ottobre 2011)
Navigando in rete ho trovato questo bel post di Daniele Barbieri tratto dal blog Guardare e leggere a proposito della musica di Miles Davis.


Qualche giorno fa, leggendo questo post di Sergio Pasquandrea, mi è venuto voglia di riascoltare Miles Davis. Con la musica di Miles ho uno strano rapporto. E non posso farci niente: ci ho già provato un sacco di volte. Insomma, finché suona il jazz tradizionale lo trovo noioso; non saprei neanche dire perché; so solo che la sua musica non mi prende, scorre su di me senza trovare appigli. Certo che come trombettista è bravo, ma è come se lui e io stessimo parlando lingue diverse: io sento che è fluente, e che può piacere, ma non capisco niente. Nei pezzi per il quartetto degli anni Cinquanta poi, quando ha al suo fianco il giovane Coltrane, la cosa mi diventa ancora più evidente, perché mi rendo conto che appena Coltrane attacca a suonare, di colpo sono tutto orecchi.
Poi c’è la svolta della fine dei Sessanta, e il mezzo milione di copie vendute di Bitches Brew, l’invenzione della fusion e le grida al tradimento, alla deriva commerciale. Bah. Sta di fatto che per me, Miles nasce con questo disco, che trovo straordinario – e gran parte di quello che ha fatto dopo mi piace da morire – al punto che non capisco bene come possa lo stesso musicista produrmi sensazioni così diverse.
Ora, io non sono un esperto di jazz e non ho nessuna pretesa di dire in merito qualcosa di interessante. Probabilmente c’è solo qualcosa che non capisco nel Miles classico, e sarei ben contento se qualcuno mi fornisse gli elementi per capire. A capire e a saper apprezzare c’è sempre solo da guadagnarci.
Quello, piuttosto, che sempre mi ha colpito, è l’anatema lanciato a suo tempo contro il Miles elettrico, e l’accusa di essere commerciale, di essersi venduto al successo. Mi colpisce, questa accusa, perché tradisce un certo atteggiamento purista che attraversa un po’ tutta la critica, di tutti i contesti, linguaggi e generi – con il correlato frequente di un atteggiamento contrario a quello che ho appena espresso, cioè il non voler apprezzare. 
Sembra quasi che il Miles del dopo la svolta non possa certamente fare della buona musica, perché siccome ha avuto successo commerciale quello che fa è necessariamente cattivo. Posso capire che il successo commerciale possa ingenerare dei sospetti sulla qualità, e che quello che ha avuto successo commerciale possa essere, abbia qualche probabilità in più, di essere cattivo. Ma poi le orecchie le abbiamo. I sospetti sono giustificati, ma solo finché non si tocca con mano come stanno le cose..... (continua a leggere sul blog).

Premesso che la penso in maniera opposta rispetto a Barbieri per quanto riguarda il Miles Davis pre e post Bitches Brew, devo dire che mi sento di condividere le sue osservazioni riguardo l'atteggiamento ideologico di gran parte della critica jazz (cosa di cui abbiamo parlato in questo blog ieri).
Ritengo che la grandezza di Davis jazzista classico vada valutata non tanto negli anni '50, ma soprattutto a partire dalla metà degli anni '60, partendo da Kind of Blue fino (e soprattutto) agli album con il magnifico "Secondo Quintetto" con Shorter, Hancock, Carter e Williams.
Certo, secondo il mio modesto parere di appassionato, Davis non è stato il più grande trombettista della storia della jazz, superato tecnicamente da musicisti come Freddie Hubbard, Dizzy Gillespie o anche dal tanto vituperato Wynton Marsalis (sicuramente a livello strumentale il paragone con Coltrane è improponibile), ma sicuramente è stato un grande inventore di musica, un eccezionale bandleader e un incredibile scopritore di talenti.
A differenza di Barbieri trovo noioso il Miles Davis elettrico degli anni '70, preferendo addirittura la svolta pop degli anni '80 a partire da album come Tutu ed Amandla.
Ma, togliendo gli aspetti ideologici, dai quali cerco di non farmi condizionare, ritengo che questa sia una questione che riguardi esclusivamente il gusto personale, sul quale nessuno può questionare.
Purtroppo la critica jazz nel giudicare spesso si fa influenzare da fattori che spesso hanno poco a che fare con il giudizio intrinseco sulla musica; fattori come la commercialità o anche la sola modernità possono risultare degli aspetti negativi a prescindere dalla qualità della musica.
Purtroppo questo vale anche per il jazz moderno, che gran parte della critica giudica spazzatura, magari solo perché i musicisti moderni devono sottostare alle regole dello show-business, piuttosto che essere dei tossici o alcolizzati come accadeva negli '50 e '60, senza considerare come da allora il mondo sia cambiato.

8 commenti:

  1. "Ritengo che la grandezza di Davis jazzista classico vada valutata non tanto negli anni '50, ma soprattutto a partire dalla metà degli anni '60"

    Davvero? Secondo me, dopo Birth Of The Cool. Davis ha ritrovato la forma in Blue Haze e poi ha partorito un vero nuovo capolavoro con Walkin' (ma anche i due successivi Bags Groove e Modern Jazz Giants non scherzano), per poi metter su un quintetto con 'Trane, Garland etc davvero eccellente e originale. Sono tutti diversi aspetti di una personalità ai massimi livello. Fra Birth Of The Cool e Blue Haze sì, ci sono album incerti e non sempre a fuoco...

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  2. Io direi che gli album dei primi anni '50 (i vari Walking, Cookin', Relaxin', Workin' ecc.) pur belli, mi sembrano un pò "leggeri".
    Secondo me il vero Miles si ascolta a partire da Milestones (1958), e continuando con Kind of Blue (1959) e Someday My Prince Will Come (1961), oltre naturalmente ai lavori con Gil Evans, per poi continuare con gli spettacolari album con il secondo quintetto.

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    1. leggeri direi proprio che non sia la parola giusta, per niente.
      ho l'impressione che scambi la fluidità e l'equilibrio sonoro per "leggerezza"

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  3. Credo che Davis sia stato rivoluzionario intanto perchè ha creato un linguaggio trombettistico totalmente nuovo e fuori dalla schema della tromba militaresca che conduce all'assalto la truppa dei colleghi musicisti, magari un po riottosi. la sua assenza di vibrato, l'uso molto elegante dei toni medi, le stilettate con la sordina e una geniale gestione dei silenzi, fanno di lui uno dei grandissimi. e sinceramente trovo risibile qualsiasi paragone con Hubbard o Marsalis. se dovessimo scegliere dei solisti per un'orchestra, tra Miles, Freddy o Wynton, non sceglieri certamente Miles, ma se dovessi sceglierne uno solo da mettere nella Hall of Fame, non avrei nessun dubbio...
    Birth of the cool è più di gil Evans che di Miles, ma il gruppo di Cookin', Workin', Steamin' e Relaxin' è semplicemente perfetto (e il merito non è solo di Trane, signori miei).
    Sugli attacchi che Davis ha subito per il periodo elettrificato, ci sarebbe da discutere assai: nella fase iniziale (Bitches Brew, Filmore ecc) la musica è tutt'altro che semplice e Miles non si sta certo "vendendo" al pubblico rock. C'è un forte legame, anche se sempre negato, col free jazz (appena Davis esce di scena Corea e Hancock cominciano a scatenarsi in improvvisazioni piuttosto informali e libere) e dei disegni musicali di forte astrazione.
    poi la sua ossessione di fare una musica "alla Sly Stone" lo porta sempre più ad esplorare la ritmica tralasciando la parte melodica, che diventa spesso un esile tratto che fatica ad emergere da un magma sonoro indistinto.
    la salute piuttosto malandata, l'uso esagerato di droghe e l'arrivo di musicisti sempre più anonimi, lo portano ad esibizioni sempre più enigmatiche. in questo periodo la maggior parte della critica sa solo vedere la cosa più immediata e cioè il suo decadimento come trombettista, ignorando le modalità assolutamente innovative della creazione musicale: una musica molto percussiva ma sostanzialmente statica, un flusso indifferenziato che sembra non avere nè inizio nè fine, la prevalenza dei colori rispetto alle linee melodiche, ma anche alle sequenze armoniche: una musica dalla struttura poco europea, quindi. i concerti giapponesi di Agartha e Pangea esprimono bene questa situazione e fotografano un periodo di crisi, ma non un musicista "in svendita", come la critica ufficiale sembra invece suggerire.
    poi c'è il ritiro dalle scene e quando rientra tutto è molto più leggero, meno problematico, pop...
    nonostante un percorso incongruente ed una navigazione a vista, la musica che Miles aveva creato in quegli anni era ancora tutta da scoprire ed era tutt'altro che facile...

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    1. Davis elettrico, diciamo tutto l'arco che va da Miles In The Sky fino a metà anni '70, mi piace tanto quanto Davis acustico. Musica fantastica. Riguardo al merito non solo di Trane: ci mancherebbe, e chi l'ha detto? L'ho solo citato perché i dischi del primo quintetto sono comunque un'ulteriore fase rispetto a Wlakin' e Bags Groove, il suono d'insieme cambia ancora.

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    2. il riferimento a Coltrane era collegato alle affermazioni di Daniele Barbieri.

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    3. pensa loop che sono quasi integralmente d'accordo con la tua analisi, tranne il discorso sul solismo di Davis in raffronto con Hubbard e Marsalis. La vera differenza con quei due sta nella visione musicale di Davis che era sempre proiettata in avanti, rischiosa al massimo (a parte forse l'ultimo periodo) ed è semplicemente inarrivabile per gli altri due e non solo per loro...
      Davis è molto oltre e molto più che un trombettista e forse come giustamente fatto notare la cosa la si evince proprio nel periodo post Bitches Brew che secondo me più passano gli anni più si rivela interessante.

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