giovedì 6 settembre 2012

REPLAY: Miles, principe delle tenebre

(Pubblicato originariamente il 28 settembre 2011)
Sul sito Lettera 43 è stato pubblicato uno splendido articolo di Bruno Giurato che commemora Miles Davis nel ventennale della morte avvenuta il 28 settembre 1991


"Il suo soprannome era “Il principe delle tenebre”, perfetto tanto per il demonismo blues (dal blues la musica di Davis, per li rami discende) quanto per il mito maudit e vampiresco che è bello attribuire ai geni.
La sua biografia è piena di lati bizzarri: come quando, a inizio Anni '50, Davis interruppe la relazione con un'innamoratissima Juliette Greco, trattandola come una prostituta. O come quando, nel 1954, decise di ripulirsi dall'eroina con il metodo del “cold turkey”, il tacchino freddo: si chiuse in una stanza aspettando che l'astinenza passasse. O, infine, quando non toccò la tromba per cinque anni, dal 1975 al 1980, passando le giornate tra pazzi giri in Ferrari fatto di cocaina.
Musicalmente le stazioni del Miles “luciferino” sono quelle che hanno cambiato il jazz contemporaneo, contaminandolo con suoni rock, funk, acidi e pop. 
Dischi come Bitches Brew (1969), LiveEvil (1971), We Want Miles (1980), Tutu (1986): armonie, ritmi e suoni che hanno reinventato il jazz, il rock, e sono ancora paradigma insuperato di sperimentazione.
Strano allora che buona parte della critica trovi il Miles dell'ultimo periodo, quello della svolta rock e psichedelica, minore. In Italia specialmente c'è tutto un filone di musicisti che organizzano tributi a Miles Davis giocati sulla sua musica Anni 50-60, quella cool jazz, modale ma senza esagerare, a volume moderato, e su tempo medio.
Basta ascoltare i rifacimenti davisiani del trombettista Enrico Rava, o di Paolo Fresu, per sorbirsi la categoria musicale che meno sarebbe piaciuta al genio afroamericano, quella del “lirismo pensoso” che Davis aveva abbandonato trionfalmente, e fragorosamente, dalla fine degli Anni 60.
Anche la critica jazz italiana e quella francese non capirono la svolta elettrica di Davis. Arrigo Polillo, storico direttore della rivista Musica Jazz, a metà degli Anni 70 se la prese con il Miles «fracassone», quello che non vestiva più completi impeccabili di sartoria italiana, ma caffettani afro, e distorceva il suono della sua tromba, filtrandola col wha wha, i distorsori, e che riempiva le sue formazioni di percussionisti arrabbiati, e chitarristi nervosi come Pete Cosey e Mike Stern.
Gianfranco Salvatore, docente di Civiltà musicale afroamericana all'università di Lecce e autore del classico della critica: Miles Davis. Lo sciamano Elettrico (Nuovi Equilibri) ha confermato questa tendenza. «La svalutazione del jazz rock da parte della critica italiana è tipica», ha spiegato a Lettera43.it. «I critici jazz italiani hanno spesso confuso il valore artistico con un postulato pauperistico: l'artista deve essere uno sfigato, altrimenti è un venduto. Alla fine, però, Duke Ellington, che faceva musica molti più tradizionale, era più ricco di Miles».
Secondo Salvatore, l'eredità musicale di Davis «si trova più in musiche che non hanno niente a che fare con lui». E, ha precisato lo studioso: «Il miglior modo di essere fedele a Miles è tradirlo. Davis odiava tornare sui propri passi. Tanto è vero che negli Anni 80 e 90 non rieseguiva praticamente mai i suoi classici dell'epoca cool. Quindi tradire Miles è stimolante. E soprattutto pertinente». Un bell'esempio di tradimento vitale, è in questa cover degli Sceaming Headless Torsos (gruppo newyorkese capitanato dal chitarrista David 'Fuze' Fiuczynski). Una Blue in green fatta di reggae e rock pesantissimo. 
Anche secondo Salvatore la caratteristica principale di Davis era quella di saper trarre ispirazione da qualsiasi musicista, e questo lo portò, per esempio, a chiamare strumentisti bianchi a integrare i suoi organici (sempre in movimento tumultuoso).
E proprio tra fine Anni '60 e inizio '70, Davis rimase affascinato «dall'uso dell'elettronica europeo, quello della riproduzione del sogno e dell'utopia. Ha accettato di misurarsi con i poemi sinfonici di Joe Zawinul, e con le musiche di tutto il mondo».
E perfino con il free jazz, cioè con Ornette Coleman - che Davis aveva criticato duramente - c'erano stati dei contatti. «Anni fa», ha ricordato Salvatore, «mi trovai a passare un pomeriggio con Ornette Coleman e il figlio Denardo. Nonostante i noti dissapori, e le critiche feroci che Miles aveva rivolto a Ornette, padre e figlio mi confidarono che a un certo punto stavano per collaborare. Avevano un progetto comune, che poi non si realizzò. Come non si realizzò quello con Hendrix a causa della morte del chitarrista»."

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Ecco il video di Davis in un estratto del celebre Live at The Isle of Wight Festival registrato il 29-08-1970:

1 commento:

  1. Io non confonderei la svolta elettrica anni'70 con quella pop anni'80. Sono due cose abbastanza diverse soprattutto a livello di riuscita artistica e creativa e "We want Miles" non è per niente un disco riuscito né rappresentativo né tantomeno innovativo.

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