domenica 11 settembre 2011

Intervista a Enrico Pieranunzi

Sul sito Pianosolo.it c'è una bella intervista al pianista Enrico Pieranunzi concessa a Teramo lo scorso 23 agosto in occasione del progetto Imc (Interamnia Music Class):
Paola Parri:.: Guardando qualche video di esibizioni di Keith Jarrett, ad esempio, o di Glenn Gould, spesso notiamo quasi una sofferenza fisica nell’approccio al pianoforte, un approccio anche materiale non solo intellettuale o emotivo, è proprio il corpo che si muove nella musica, nel fare musica, che è un altro dei concetti di cui ci hai parlato ieri. Vuoi spiegarci quanto il corpo prende parte all’atto del suonare, in che misura, quanto va valorizzata la partecipazione corporea a questo atto, l’approccio fisico insomma?
Enrico Pieranunzi:.: Mi ha colpito la parola “sofferenza”. Tu dici “sofferenza”, io non lo so se quella è sofferenza. È interessante. Non la chiamerei sofferenza, la chiamerei tensione. È una tensione a cercarsi dentro. Non è una sofferenza. È un’immagine un po’… l’artista romantico che soffre… non è quello il punto, è che la musica va cercata. Anche pianisti, artisti di quel calibro, quando si siedono al piano, la devono cercare. La musica non è lì disponibile perché tu hai fatto 1500 concerti e 700 dischi, non è lì. Ogni volta la devi ricercare. Questa è la fatica. È più fatica che sofferenza. Non c’è un dolore, c’è semplicemente una ricerca fisica e psicofisica del suono e delle sue relazioni, per andare in quella dimensione che è del suono e sotto al suono, che poi risuona (scusa il bisticcio) dentro di te, quindi in realtà è un viaggio dentro se stessi e in questo senso c’è una fatica, è una discesa all’interno di se stessi attraverso le note che suoni. Nel caso di Gould attraverso le note di Bach o di Hindemith o di tutti quelli che suonava, nel caso di Jarrett con in più il fatto che lui le sta improvvisando, come facciamo tutti noi musicisti di jazz, quindi è una fatica e anche una fatica bella.
Non è un caso che è una fatica che ti ricompensa anche, nel senso che, quando hai finito un concerto, da una parte sei esausto, perché non hai più nulla, hai faticato, hai fatto un viaggio, anche con impegno fisico, e dall’altra sei molto carico, perché questo viaggio fisico ti ha fatto arrivare in zone molto profonde. Non capita sempre, ma si cerca di fare in modo che capiti e quindi c’è anche un’autoricarica che è molto potente, che si può percepire fisicamente a fine di un concerto. Che poi volgarmente diventa adrenalina, ma in realtà è molto di più. Però c’è questa fatica quindi, ed è del corpo, assolutamente.
Mi piace che hai messo insieme Gould e Jarrett, perché l’equivoco molto corrente è che il jazz sia più fisico della musica classica. La musica è musica, quindi la fatica di cercarla vale per un musicista classico come per un musicista di jazz, non è diversa. È diverso il meccanismo, perché lì il testo già c’è e qui si sta scrivendo. Se vuoi è come un attore che recita Shakespeare e un attore che inventa una storia simile a quella di Shakespeare ma in cui il testo non c’è, lo sta inventando in quel momento, però dal punto di vista del viaggio interno è assolutamente simile.

P.P.: Si sente parlare a volte di panico della perfomance. Cos’è?
E.P.: Il panico sicuramente esiste, ma non è solo legato alla performance. A livello psichiatrico è una sindrome che si può avere a prescindere dalle performance. Io francamente credo che non c’entri nulla con la performance. Esiste invece un altro termine che è molto francese: il trac. Il trac è l’emozione. Prima di suonare si ha un’emozione, una micro-fibrillazione abbastanza difficile, ma non è per forza negativa non è il terrore, è l’emozione che immagino sia la stessa che può avere un calciatore che sta entrando a giocare la Coppa dei Campioni, un tennista o una tennista che entrano a Wimbledon per giocare una partita importante del torneo. Si chiama trac. È la giusta emozione, perché ti vai a confrontare prima di tutto con te stesso, perché se tu sai giocare o suonare in un certo modo ci tieni a giocare o suonare al tuo livello, poi perché fai questo davanti ad altri. Questo cambia completamente tutti i parametri, perché là si deve fare un’operazione molto particolare che è quella di fregarsene degli altri. Il pubblico c’è ma non ci deve essere, nel senso che per poter suonare bene secondo me non devi assolutamente considerare il pubblico. Sai che c’è, senti che c’è, ma per fare il viaggio di cui parlavamo prima, per entrare completamente dentro di te, nel tuo rapporto col suono, il pubblico lo devi tenere da una parte. Se tu ti preoccupi del pubblico automaticamente diminuisce la concentrazione, la presenza tua interna rispetto al suono, il famoso orecchio di cui dicevamo.
A un certo punto ti devi lasciare andare al suono e se tu ti preoccupi del pubblico sicuramente non lo fai, quindi dubito che ci siano dei risultati artisticamente positivi. Il panico so che qualcuno ne parla di recente come di una cosa addirittura simpatica, io credo sia una cosa penosa, molto triste, che francamente non lego per nulla alla performance, anzi, credo che se uno è nel panico non suona bene, anzi non suona affatto e va all’ospedale direttamente. Il panico è una cosa molto seria che però non va legata per forza alla performance musicale, anzi io parlerei semplicemente di emozione, il trac che può essere un’emozione anche molto forte.
Vuoi sapere cosa mi succede quando in occasioni molto importanti mi trovo davanti al piano? Mi sembra di non aver mai suonato in vita mia. Lo guardo e poi vado, ma ho per un attimo l’impressione di non averlo mai suonato, mi chiedo come farò a far uscire la musica da lì. È un momento di estrema, stupenda fragilità e vulnerabilità. È un momento, se vuoi, in cui uno quasi ridiventa bambino, perché hai quella delicatezza… ecco parlerei più di queste cose che di panico. Il panico francamente mi sembra fuori luogo...."

Per leggere l'intervista integrale vai sul sito Pianosolo.

Nessun commento:

Posta un commento