mercoledì 5 settembre 2012

REPLAY: Eric Reed - The Dancing Monk

(Pubblicata originariamente il 22 settembre 2011)
The Dancing Monk è l'ultimo lavoro, pubblicato dall'etichetta Savant Records, di uno dei miei pianisti preferiti attualmente in circolazione, lo straordinario Eric Reed, che decide, come quasi tutti i pianisti, di scontrarsi con il lavoro del più leggendario di tutti loro: Thelonious Monk.


L'album si compone di belle riproposizioni di nove tra i più celebri standard di Monk, con l'aggiunta di un brillantissimo pezzo originale, The Dancing Monk da cui prende il nome l'album.
Naturalmente il rischio che solitamente si corre nel presentare questi progetti è quello della mancanza di originalità, ma Reed, grazie sopratutto alla sua tecnica strabiliante, riesce ad ovviare consegnandoci delle versioni di questi celebri pezzi in maniera molto personale e stimolante, pur non stravolgendo le meravigliose composizioni monkiane.
Infatti Reed in apparenza si mantiene piuttosto fedele ai pezzi originali, ma allo stesso tempo è bravo nel trasformarli e modernizzarli e, grazie al suo spiccato senso melodico, riesce a smussare le tipiche angolosità monkiane e ad aggiungere grandi dosi di swing
Paradossalmente l'unico pezzo originale, il già citato The Dancing Monk, sembra quello che più si avvicina alle sonorità monkiane.
Tra gli altri pezzi dell'album quelli che mi hanno più impressionato sono la deliziosa ballad Ask Me Now, in versione molto "swingeggiante" e melodica,  una brillante versione di Pannonica con un ritmo molto più "veloce" dell'originale e soprattutto Ugly Beauty nel quale Reed riesce efficacemente ad affrontare un pezzo che nella versione originale, a mio parere, sfiora la perfezione.
Merita anche una citazione di merito l'ottima e misurata sezione ritmica composta da Ben Wolfe al basso e McClenty Hunter alla batteria che riesce a sostenere in maniera efficace le invenzioni melodiche del pianista.
Per concludere ritengo che, specie per gli amanti del piano trio, questo sia un album pienamente consigliato, grazie ad un mix di ottimi musicisti, splendide composizioni e una grande presenza di swing; un album allo stesso tempo molto godibile ma anche stimolante. 

Ecco un video live di Eric Reed che presenta una versione per piano solo di Reflections

30 commenti:

  1. Un grandissimo! L'ho visto dal vivo in "Mostly Monk" insieme a Mulgrew Miller, Kenny Barron e Benny Green... Emozionante!

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    1. Sono contento di trovare qualche altro ammiratore di Eric Reed. L'ho visto varie volte dal vivo è lo trovo mostruoso, ma piuttosto sottovalutato dalle nostre parti.
      Uno dei migliori interpreti di Monk, ma non solo.

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    2. Reed è bravissimo, ma cosa vuoi, da noi per essere considerato non devi suonare il solito jazz che swinga, ormai è superato :-))

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  2. Reed era esploso tempo fa ma poi ha avuto una fase di ristagno.
    in Italia, come regola, uno che fa successo all'estero è accolto con i tappeti. se Eric da noi è rimasto in ombra, temo che lo sia perchè non ha fatto il salto di qualità nemmeno nel suo paese...

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    1. accolto con i tappeti? Forse dal pubblico, molto meno dalla critica

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    2. Eric Reed è un musicista eccellente, fa parte di quella generazione di interpreti (un altro, ad esempio, è Cyrus Chestnut) che ha riesaminato con acutezza il mainstream (il che, si sa, non è proprio impresa "trendy" di questi tempi: sono esigenze culturali avvertite eminentemente dagli africano-americani, e si capisce bene il perché: è il proseguimento della tradizione orale che deve perpetuarsi): difficile che in Europa trovi oggi larga accoglienza, una sorte che accomuna questi musicisti relativamente più giovani a quella (non meno straordinaria) generazione (dei John Hicks, degli Stanley Cowell e altri, fino a Mulgrew Miller o Kenny Barron), rimasta a fare da vaso di coccio tra i vasi di ferro del free e delle nuove o meno nuove riletture della tradizione operate dai cosiddetti "young lions". Reed nasce in una tradizione famigliare legata alla musica ecclesiale africano-americana, possiede perciò una conoscenza profonda di una tradizione cui è rimasto estremamente legato. Per quanto tecnicamente dotato, è estraneo allo sfoggio virtuosistico oggi affatto diffuso, la sua è un'arte interpretativa che prende in esame un linguaggio, molto più della sua veste. Un musicista per "happy few", di grande raffinatezza e intelligenza, ben poco esibizionista.

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    3. D'accordissimo! Anche a proposito di Chestnut, che probabilmente ha una produzione discografica ancora migliore di quella di Reed.

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    4. Son d'accordo pure io e aggiungo che il nuovo disco in quartetto di Chestnut, col bel sax di Stacy Dillard, è davvero una delizia.

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    5. Personalmente, preferisco Reed, è meno "flamboyant", ha meno "cadute di gusto", mi pare più profondo, meno esteriore, pur con tutto il dovuto rispetto per Chestnut, un altro sottovalutato.

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  3. ma è sempre tutta colpa dell'Europa? non mi risulta che in America a stia trionfando...

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  4. Non sono contesti paragonabili: un americano su cinque suona uno strumento a livello superiore, il jazz è un prodotto culturale "locale" (e che perciò non suscita meraviglia), la concorrenza è fitta e dura, il mercato tende a premiare altro. Visto quello che trionfa da noi, non inizierei neanche il discorso. Credo che il rimescolamento di carte che sta operando la crisi forse darà vita, almeno temporaneamente, a una sorta di auspicabile apocatastasi. I dati sui concerti estivi indicano un drastico calo di presenze per le varie star o starlet che da anni si ripresentano con costanza pari a quella dei politici italiani: forse riusciremo a beneficiare anche noi, estrema propaggine dell'impero, di qualcosa di un po' più fresco se non nuovo...

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  5. riassumendo: Reed è bravo ma in Usa la concorrenza è tremenda e c'è un trend che non lo aiuta.
    sono perfettamente d'accordo.
    cosa c'entrino gli italiani, i loro critici ed alcuno nostre cialtronate non lo so.
    la verità è che in questi pochissmi interventi si sono lette alcune idiosincrasie di alcuni nostri amici: Riccardo che non perde occasione per attaccare (secondo l'argomento) i musicisti italiani o i critici italiani; Gualberto che non risparmia mai il vecchio continente ormai esausto e non si dimentica mai di ricordarci la grande importanza per gli afroamericani di ricordare il loro passato...
    (come dire Marsalis braccio armato di Stanley Crouch...)

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    1. te bello, romp mia i bale nè, sei tu che hai scritto che da noi si stendono tappeti agli americani e io ho scritto che per i miei riscontri non è così, perché leggo continuamente articoli che stroncano tutto ciò che non è europeo (di italiano manco ne parlo perché di stroncature non se ne sono mai lette) o di avanguardia americana pseudo colta intellettual chic che sta bene alle tendenze europpe in fatto di musica improvvisata
      Posso scrivere di quel che vedo e leggo o devo dire chiederti il permesso?. Cosa c'entrano le mie idiosincrasie. ma pensa te questo...

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    2. leggo continuamente articoli che stroncano tutto ciò che non è europeo?
      potresti darmi qualche dritta, visto che io non me sono accorto?

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    3. e aggiungo che Gualbertoi ha ragioni da vendere sull?Europa , l'atteggiamento colonialista, culturalmente presupponente e tutto il resto.
      Trovo semplicemente vergognoso sul piano proprio della divulgazione e della cultura musicale che jazzisti della stazza di quelli citsti siano praticamente nemmeno considerati dalle nostre parti.
      Queste non sono idiosincrasie e sono fatti ben noti a diversi che scrivono qui sopra e non solo ed ho tutto il diritto di parlarne anche se a loop o ad altri non garba, almeno sino a che i proprietari del blog non hanno qualcosa in ontrario. Pe ril resto caro loop impara prima di discutere a stare al tuo posto e a rispettare chi la pensa diversamente da te. Capit?

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    4. credo di non essere stato scortese.
      io ho fatto solo osservare che certi artisti erano anche trascurati nel loro paese. la risposta a questa mia osservazione l'ha data Gualberto ma, secondo me è parziale (o forse solo sintetica).
      la tua è stata solo d'irritazione. buono a sapersi.
      uno misura le persone e poi si adegua.

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    5. alla faccia...chissà quando sei scortese cosa succede allora...
      Fra idiosincrasie e cialtronate che si scriverebbero, lasciando intendere che, sì insomma, quel Riccardo lì sempre un po' esagitato che ce l'ha con... e spara un po' di cazzate così...vedi un po' te.
      Non è proprio un bel modo per predisporsi alla discussione.
      A me comunque non sembra che i commenti su questo blog o su quello di Roberto siano poi così cialtroneschi, anzi, se proprio devo dirla tutta mi è capitato di vedere scritto cose cialtronesche da più parti, persino su libri in ateroa pubblicati di recente da eminenti musicologi.
      In sostanza, ognuno si scelga le fonti più o meno cialtronesche od attendibile che preferisce, ma non farei classifiche tra chi ne spara di più o di meno...

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    6. Stanley Crouch potrà essere discutibile, è comunque un eccellente scrittore e, peraltro, negli ultimi anni ha di molto attenuato il suo nazionalismo. Ora, non si capisce perché gli africano-americani non debbano orgogliosamente rivendicare il loro passato, la loro cultura, a fronte di un mondo bianco-europeo che di cointinuo si vanta di essere superiore culturalmente persino in ambito musicale per ciò che riguarda anche la musica improvvisata (alle cui fondamenta sta quel jazz che, se non erro, proprio gli africano-americani hanno creato, con un contributo, susseguente, di bianchi americani di diversa estrazione, fra cui ebrei che dall'Europa erano stati ridotti a reietti e perseguitati). A tal proposito, sono illuminanti alcune interviste realizzate da Charley Gerard in un testo, a mio parere estremamente interessante, quale "Jazz in Black and White: Race, Culture, and Identity in the Jazz Community": in un contesto in cui gli europei si arrogano una indiscutibile (e indiscussa) supremazia, negando o sottovalutando il contributo altrui (difficile che in Europa le istituzioni musicali frequentino, che so, Ives piuttosto che Copland, William Schuman piuttosto che Cage, Ginastera piuttosto che Chavez, Revueltas o Villa-Lobos, per rimanere ai più noti), la gelosa rivendicazione africano-americana dei propri valori è perfettamente comprensibile. Sono anni che alcuni maldestri apprendisti stregoni, prima francesi poi italiani, in preda a convulsioni da provincialismo straccione, vanno predicando, persino nel jazz (non sto parlando di composizione istantanea o derivati dalla musica improvvisata, altro paio di maniche) la superiorità, creativa e interpretativa, dei musicisti europei (una tesi che persino un vero virtuoso proveniente dall'accademia, come Friedrich Gulda, aborriva), mi pare naturale che, di contro, emergano rivendicazioni di segno opposto. Francamente, non ricordo un solo artista europeo (ivi incluso Django Reinhardt) che abbia modificato di una virgola la storia del jazz, pur con tutto il rispetto per artisti sicuramente di rilievo, si trattasse di René Thomas o di Albert Mangelsdorff. (Continua)

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    7. (Continua) Il che la dice lunga su certo atteggiamento eurocentrico,affetto da rigurgiti di tardivo imperialismo e neocolonialismo, con la velleità di derubare gli africano-americani di realizzazioni che hanno letteralmente cambiato la nostra vita culturale. E' vero, come tutti i nazionalismi, anche quello africano-americano soffre di irritanti esasperazioni, ma ci dovremmo chiedere il perché. Cosa che non facciamo mai, e questo vale anche per altri contesti (ci si chiede mai perché il Sionismo? O gli europei pensano che sia stato un caso?): il jazz, è una fra le grandi creazioni dello spirito umano. Alle fondamenta, vi è la tradizione africana-americana, che piaccia o non piaccia. E potrà non piacere, ma l'ex-colonia, gli Stati Uniti, nel bene e nel male, ha costruito in circa cinquecento anni uno straordinario edificio culturale, fra dinamiche e tensioni terribili e orribili, fra aneliti e ingiustizie (non mi pare che la storia europea difetti di crimini orrendi, pur fra tanta bellezza). La "concorrenzialità spirituale" è solo una convulsione di miseria mentale: nessuno discute il contributo europeo alla storia dell'umanità, non riesco a capire perché, invece, si debba guardare con disdegno alla cultura altrui, solo perché magari non siamo neanche in grado di capirla. Se guardo al nostro Paese oggi, nella sua fanghiglia ributtante, mi viene da sogghignare nell'udire rivendicazioni il cui orgoglio sembra provenire da uno scantinato ammuffito e tetro. In certi momenti, bisogna avere l'umiltà di riconoscere il meglio altrui, soprattutto quando il nostro meglio (dal quale, a quanto pare, non abbiamo saputo trarre grandi insegnamenti) è da un pezzo alle nostre spalle. In certi ambiti linguistici, africano-americani, e anche americani, hanno un'idiomaticità che a noi continuerà a sfuggire. Non ne farei un dramma, basta prendere atto. Il jazz, d'altronde, ha contribuito a dare la stura ad una serie di altri fenomeni in cui gli europei e altri hanno saputo ritagliarsi ruoli di primo piano. Come si dice a Roma: "Em'bè?" Poco tempo fa ascoltavo un artista europeo che venero, Michel Portal; sarei disonesto se, ascoltandolo in un contesto come Bailador, a fianco di artisti americani e africano-americani, non riconoscessi la sua intelligenza, la sua cultura, la sua raffinatezza, la sua profondità, la sua sensibilità, ma anche la sua rigidità, la sua assenza di spontaneità, la sua carenza di flessibilità ritmica (lo swing? neanche a cercarlo con il lanternino), la sua bellissima ma incontestabile "vecchiezza". Il Vecchio Mondo, il Nuovo Mondo (che non è solo rappresentato dagli Stati Uniti): sono cicli che si chiudono e si aprono. Invece di approfittare delle finestre che si aprono e che fanno o farebbero entrare aria fresca, noi ci proteggiamo dagli spifferi come se fosse chissà quale impresa e sbarriamo uscio e ogni altro accesso, coccolandoci con i gioielli di famiglia, conquistati e creati da altri, in altri tempi e con ben altre fatiche. Contenti noi, contenti tutti, no?

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    8. 1 - concordo con il totale eurocentrismo nell'ambito della musica contemporanea (una delle poche cose rimaste all'europa, adesso che ha perso anche l'arte figurativa)
      2 - non nego alcun tipo di paternità al jazz che non sia afroamericana.
      3 - mi stupisco però come ci si dimentichi che il "razzismo musicale" che ha dipinto di bianco tanto jazz negli anni 30-40-50 fosse americano e si tenda adesso a far "ricadere" le colpe solo all'europa. la musica afroamericana ha suoi primi nemici nel suo paese stesso...
      4 - se nessun artista europea ha inciso sulla storia del jazz è semplicemente perchè periferico al fenomeno e quindi messo nella situazione di non poter contribuire in tempo reale al suo evolversi (ma la tecnica prodigiosa di Mangelsdorff non ha ispirato Lewis o Eubanks?)
      5 - di recente mi sono messo a listare un po' di jazzisti oriundi italiani, tanto per gradire. nomi come Trstano, Giuffrè, Pass, Lang, Venuti, Scotti, De Franco non sono molto secondari. mi sono chiesto cosa sarebbero diventati se fossero nati e vissuti in Italia. nessuno può dirlo, ma è probabile che non sarebbe arrivati alla ribalta del jazz così prepotentemente (magari sarebbero rimasti musicisti dilettanti). questo per dire come il "contesto" sia sempre stato essenziale. oggi però col mondo globalizzato, i mezzi di comunicazione, internet ecc, sembrerebbe che il contesti incida meno. tutti incidono con tutti e suonano dappertutto...

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    9. Caro Gualberto, sottoscrivo le tue parole al 100%. L'Europa (e l'Italia in particolare) è ormai diventata la parte più irrilevante del mondo e pretendiamo ancora di dettare legge.
      Trattiamo ancora la Cina, l'India o il Brasile come Paesi del Terzo Mondo senza capire che tra un pò andremo con il cappellino a chiedere loro l'elemosina, ma manteniamo sempre la nostra arroganza. Abbiamo compiuto le più grandi nefandezze nella storia, ma crediamo sempre di dover essere un esempio morale per il mondo.

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    10. Infatti di recente qualcuno aveva fatto circolare uno scritto che il jazz l'aveva inventato un italiano: Nick La Rocca, e quindi in realtà è un'invenzione nostra come il Parmigiano reggiano e il Formai de Mut. Me l'è venuto a dire persino un collega ingegnere che non sa nemmeno suonare le tagliatelle...

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    11. signori, le dinamiche sono sempre economiche e basta rileggere la storia ed osservare come i centri del mondo si siano via via spostati nel tempo. ed anche gli Usa sono già ad una maturità avanzata. non fossero il paese più armato del mondo sarebbero già in fase di declino.
      inutile quindi dare medaglie di bontà a nessuno: ognuno ha i suoi genocidi da nascondere...

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    12. Carissimo, ogni volta mi stupisco di come pochissimo tu conosca la storia americana, ma è un problema tuo, non mio. Certamente, il declino toccherà anche agli Stati Uniti, è logico, ma la sua situazione è ben lungi da essere quella che tu riporti. Forse sei rimasto all'America WASP, ma gli Stati Uniti non sono paragonabili ad alcun modello passato, perché sono un laboratorio unico, neanche l'impero romano fu un tale laboratorio multietnico, peraltro in condizioni ovviamente affatto diverse. Che le dinamiche siano sempre economiche è una tautologia carina ma un po' incompleta... E nessuno qui dà delle medaglie, per carità, ma perché si deve finire nella banalità?

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    13. E, ti prego, non parliamo di genocidi a vanvera, ché mi pare che l'Europa goda di posizioni irrangiungibili in certe tetre hit parade...

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    14. Caro Riccardo, quanto a Nick LaRoca, egli era il primo a sostenere che il jazz fosse un'invenzione pressoché esclusivamente bianca, cui gli africano-americani avevano dato un contributo minimo e trascurabile... Che poi il jazz abbia i suoi primi nemici in casa è un po' una fola, ma piace raccontarla... Bisognerebbe leggersi "Negrophilia" di Petrine Archer Straw, che fa oltretutto giustizia anche della famosa liberalità con cui i francesi e gli europei sostenevano di accogliere gli africano-americani (i quali, purtroppo, e spesso non per colpa loro, erano i primi a cadere in questa trappola).

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  6. "ed alcuno nostre cialtronate"
    devo ammettere che questa frase non è chiara e può essere interpretata in vari modi. si riferiva ai concerti italiani (citati da Gualberto) e non alle nostre discussioni.

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  7. in tutta onestà è venuta fuori una frase chiarissima ma in un senso sbagliato.
    nostre = italiane, cialtronate = festival poppeggianti assai

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  8. allego il listati del Downbeat Critics Pool 2012 e 2011 per i pianisti:
    Piano 2012
    Vijay Iyer 154
    Keith Jarrett 147
    Brad Mehldau 131
    Jason Moran 119
    Chick Corea 95
    Craig Taborn 90
    Ahmad Jamal 87
    Kenny Barron 65
    Herbie Hancock 63
    Robert Glasper 60
    Geri Allen 57
    Matthew Shipp 56
    Cecil Taylor 47
    Bill Charlap 42
    McCoy Tyner 42
    Hiromi 40
    Fred Hersch 38
    Kenny Werner 32
    Benny Green 31
    Ethan Iverson 30
    Myra Melford 29
    Stefano Bollani 27
    Cyrus Chestnut 26
    Mulgrew Miller 25
    Denny Zeitlin 25
    Alexander von
    Schlippenbach 24
    Satoko Fujii 23
    ------------------------
    Piano 2011
    Jason Moran 79
    Keith Jarrett 69
    Brad Mehldau 59
    Fred Hersch 48
    Hank Jones 38
    Kenny Barron 36
    Geri Allen 29
    Vijay Iyer 26
    Chick Corea 23
    Ahmad Jamal 20
    Frank Kimbrough 20
    Benny Green 18
    Herbie Hancock 18
    Martial Solal 16
    Danilo Pérez 15
    Matthew Shipp 15
    ---
    Eric Reed è forse peggio di Geri Allen, Benny Green, Danilo Perez, l'attuale Hancock e perfino il nostro Bollani?
    eppure è stato dimenticato anche nel suo paese...

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    1. Non amo i giocolieri. Pochi lo sanno fare veramente senza cadere nel trucco delle tre carte... "Dimenticato nel suo paese"... ma che curioso linguaggio vagamente deamicisiano... Ti diverti un po' a fare Garrone, un po' Franti... In quegli elenchi da te citati mancano tanti musicisti, non so cosa tu voglia intendere... Dobbiamo vivere di classifiche? E poi? Certamente, Reed è un pianista "ritirato", come lo è Stanley Cowell (un grandissimo che mi pare non presente), come lo è Billy Childs, come lo è Roger Kellaway, come lo è Ran Blake, come lo è Alan Broadbent, come lo è Paul Bley, come lo è Randy Weston, come lo è Steve Kuhn, come lo è Kirk Lightsey e molti altri ancora non presenti in elenchi piuttosto fatui (io, personalmente, non potrei fare a meno di Denny Zeitlin e pochi altri), non riesco neanche a seguire il tuo ragionamento... Come, francamente, trovo speciose certe argomentazioni... Le classifiche, americane o italiane o finlandesi, lasciano il tempo che trovano, e ancora di più negli Stati Uniti, dove il jazz è un genere linguistico dato piuttosto per scontato, come è ovvio, aldilà di tante altre motivazioni nascoste o meno. E questo vada detto senza cadere nel solito antiamericanismo stucchevole (che è poi tipico di coloro che si vantano di essere cresciuti a pane e letteratura americana... d'antan) e superficiale, no? Comunque, tutta la querelle mi sembra piuttosto fragile e perciò lascia, com'è giusto, il tempo che trova. Un po' afoso e incerto...

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