giovedì 29 settembre 2011

Chi ha paura del Free Jazz?

Sul blog The Evil Monkey's Records è apparso un bel post in due parti che analizza in modo appassionato il movimento del Free Jazz.
"Uno dei pochi veri manifesti musicali degli ultimi 50 anni, Free Jazz ne fu anche uno dei più rigorosi e fortunati. Portavoce di un’avanguardia apparentemente ostica e scontrosa, in realtà allegra, fantasiosa e “democratica”. Fu partorito dalla mente dell’altoista Ornette Coleman che già da alcuni anni era alla ribalta della scena con il suo giovane quartetto, musicisti agguerriti e trasgressivi nella proposta, avversati da buona parte dell’establishment, ciò non di meno decisi a perseguire i propri obiettivi. Quelli di Coleman erano pochi, apparentemente semplici, ma di portata sconvolgente: saranno tutti sublimati in questo suo capolavoro.
Primo fra tutti: la disgregazione dell’armonia e delle rigide regole di composizione che da essa derivano. Poi il superamento, o la semplice non curanza, del sistema tonale. Non è poco se consideriamo che tonalità e armonia sono state le colonne d’Ercole della musica occidentale degli ultimi secoli. In un contesto “alto” qualcosa del genere, seppur con un’impostazione molto più rigorosa e completa, fu tento da Schönberg e Berg nei primi decenni del ‘900 con la proposta dodecafonica.
Restando in ambito Jazz, Coleman si impegna anche a trovare un nuovo modo di costruire il brano musicale; pur nelle sue mille sfumature e raffinatezze, il Jazz della fine degli anni ’50 era ancora generalmente impostato attorno ad un tema, alla sua esposizione corale e ad un certo numero di sue variazioni, operate dai solisti supportati da un accompagnamento ritmico. Nell’idea di Coleman non esiste un tema vero e proprio e gli assoli non sono impostati su variazioni melodiche o armoniche: la musica fluisce libera, senza limitazioni, tutto dipende solo dalla creatività immediata del musicista. Altro aspetto non secondario: ogni componente del complesso può essere solista o accompagnatore allo stesso tempo, senza distinzioni, ruoli e tantomeno gerarchie. La melodia può essere proposta dal sax, dalla tromba ma anche dal contrabbasso o dalla batteria.
Ma allora … niente armonia, quindi niente accordi classici, niente tonalità … ognuno suona quello che gli pare in qualunque momento: un gran caos?
No, si tratta di riconsiderare aspetti della musica a cui il pubblico è talmente abituato da esserne assuefatto al punto di non vedere altre soluzioni possibili al suono “armonico e intonato”; e del resto anche gli eroi classici erano “belli e buoni”. Le arti figurative, dal canto loro, già da cinquant’anni avevano superato il concetto di riproduzione fedele della realtà, delle forme, dei colori. Mondrian, Picasso, Mirò hanno dimostrato come si possano dipingere idee, emozioni, stati d’animo, il fluire del tempo, invece dei tradizionali paesaggi, scene sacre o nature morte. Non per caso sulla copertina del disco è riprodotto “White Light” di Jackson Pollock, con il suo frantumarsi su fondo bianco …
Inoltre non è del tutto vero che ogni musicista ha libertà totale. Non è tanto questione di free quanto di “freer”, di essere più liberi di quanto non fosse in passato. Un concetto che per la comunità nera di inizio ’60 finì per avere un peso anche sociale e politico. Esiste per l’improvvisatore free Jazz una specie di principio di indeterminazione, per cui la musica non è obbligata sui binari di tonalità, armonia e tempo; ma aleggia in una “nuvola possibilistica di soluzioni” come gli elettroni di Heisenberg.
Tutti questi concetti trovano in Free Jazz una delle loro migliori realizzazioni. E allora cos’è Free Jazz?
E’ un’improvvisazione collettiva, come dice il sottotitolo, per doppio quartetto; e qui c’è un colpo di genio: non c’è un solo complesso libero di suonare, ma ce ne sono addirittura due che, sfruttando la novità dello stereo, suonano uno nel canale sinistro, uno in quello destro. Jazz al quadrato. I quartetti si rimbalzano idee, frasi musicali, contrapponendo o parafrasando suoni e melodie l’un l’altro. 8 musicisti suonano assieme nello stesso luogo, nello stesso momento seguendo un’impostazione condivisa e accattivante. E gli 8 musicisti in questione erano il gotha della nuova generazione, capitanati da Coleman e Dolphy, tutti entusiasticamente compresi nel progetto.
Entriamo maggiormente nel merito della musica, sfruttando la precisa analisi che fa Martin Williams nelle liner notes dell’edizione in CD. Scopriremo che quello che in apparenza ci pare caos primordiale è in realtà un unico lungo brano di 37’, equamente diviso sulle due facciate del LP originale. Le uniche sezioni scritte (o almeno abbozzate) sono i collettivi che fungono da cerniera tra le diverse parti solistiche. Qui tutti gli otto musicisti suonano in ciò che Coleman chiama “Harmonic hunison”: ogni ottone ha la sua nota, ma queste sono tanto distanziate (so spaced) da suonare non come armonia ma come unisono. Come sempre con Ornette Coleman, la musica funziona meglio delle parole …
Il lato A del disco è caratterizzato dalle sezioni soliste dei fiati, ognuna di circa 5 minuti, quasi il doppio per i leader Coleman e Dolphy; nell’ordine propongono un assolo: Eric Dolphy al clarinetto basso, Freddie Hubbard alla tromba, poi Ornette Coleman al sax alto. Il lato B si apre con il solo di Don Cherry alla pocket trumpet. La cosa importante nel progetto dell’altoista era che “Quando un solista suona qualcosa che mi suggerisce un’idea o una direzione musicale, io la suono dietro di lui nel mio stile, mentre lui continua ovviamente con il suo assolo”. Questo è forse il cuore di (e del) Free Jazz: l’immediata risposta a emozioni e suggestioni che una certa frase musicale suscita negli altri strumentisti; un gioco di libere associazioni, una sciarada sonora che potrebbe continuare all’infinito. Come nota Martin Williams: una specie di polifonia basata tra l’altro su una fondamentale componente emotiva. Ed è proprio quello che succede! Il solista comincia la sua sezione, accompagnato da basso e batteria del proprio quartetto, ma anche, di riflesso, dai componenti del complesso “opposto”; durante l’esposizione del suo assolo, gli altri musicisti cominciano ad inserirsi nel discorso, parafrasando, contrappuntando, ripetendo le frasi del solista di turno. Grazie a questa generale impostazione di fondo il disco non scivola mai nell’anarchia né trascende i limiti della capacità d’ascolto. Si prenda il solo di Cherry che apre il lato B: dopo circa un minuto con la sola compagnia dei bassisti e dei batteristi, subentra Coleman; a questo punto si muove il quartetto “di destra” prima con Hubbard poi con il nervoso contrappunto di Dolphy sul registro basso del clarone; nel frattempo il trombettista continua imperterrito ed anzi conduce la parte “corale” libera che riconduce poi al suo solo. Le parti di compenetrazione, di reazione, di scontro, di compartecipazione tra i due quartetti sono i climax musicali dell’album, che risulta intimamente costruito su flussi e riflussi di musica. Uno dei momenti più alti è la conclusione del lato A, nella parte comune della sezione di Coleman. Dopo l’assolo fantasioso del sassofonista, rubato ad una filastrocca da strada, tutti i “magnifici 8” sono impegnati in uno scontro emozionante; commenterà Coleman “Puoi sentire gli altri continuare a costruire assieme così perfettamente che la libertà diventa addirittura impersonale”.

Continua a leggere sul blog The Evil Monkey's Records

Ecco un video dove è possibile ascoltare la versione integrale dell'album Free Jazz di Ornette Coleman

Nessun commento:

Posta un commento